Snoopy, Van Gogh, e il tratto perfetto

Le domande inalienabili e insolute della vita tornano spesso a tormentarci: quale sarà il vero volto di Mammy Due Scarpe, la domestica di Tom e Gerry?[1]  Dov’è andato Corto Maltese dopo la scoperta di Mu? O, si sono sposati e hanno avuto figli Jessica e Roger Rabbit? Ma soprattutto, quale prezioso inedito di Van Gogh si nascondeva nella cuccia di Snoopy?

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Perché, come molti sapranno, tra le altre cose (un salotto, una stanza per gli ospiti, una cantina, un tavolo da biliardo, uno da pingpong, una TV di quelle con l’antenna, una pipa, un armadio di cedro, una biblioteca, un dipinto di Linus,  una doccia, dei candelabri d’argento, dei dischi LP, una macchina da scrivere, un album fotografico con le foto delle sue cene, un tappeto, una vasca idromassaggio, un frigo, una canna da pesca, un completino da Robin Hood…) andate distrutte durante quella notte di fuoco nella bella cuccia del beagle più famoso del mondo, se n’è andata una tela di Van Gogh, e cosa ancor più grave, delle bellissime forbici a zigzag. Ora, si potrebbero fare moltissime congetture a riguardo (sul quadro, senza offesa per le forbici a zigzag), e soprattutto chiedersi se il dipinto possa rientrare o meno nel catalogo dei mille dipinti dispersi del pittore fiammingo (Vincent Van Gogh, le opere disperse, a cura di Antonio De Robertis e Matteo Smolizza). Ma la ricerca risulterebbe se non improbabile, certamente impossibile da condurre a termine e perciò, a malincuore, impraticabile. Non rimane che focalizzarsi su altro, su come, per esempio, manchi ancora oggi uno studio italiano approfondito ed esaustivo (per non dire approssimativo) sullo stile grafico dei Peanuts. È incredibile, infatti, riscontrare quanto questo fumetto rispecchi una grammatica stilistica inflessibile ed essenziale: una sorta di Design. E quanto questo influisca poi sulla ricezione psicologica del pubblico è, a parer mio, indiscutibile. Voglio dire, la testa perfettamente tonda e la maglia seghettata di Charlie Brown, si presentano come un’indimenticabile sintesi di confort e disagio.  Ne parla uno dei più bei libri sull’Arte dei Peanuts che siano mai stati finora pubblicati, Only what’s necessary curato da Chip Kidd (libro imperdibile per gli amanti di Snoopy). “Solo ciò che è necessario” dice il titolo, trascrivendo una frase di Schulz, e non pare ci sia niente da aggiungere. Poiché ciò che l’artista in questo caso compie è proprio un lavoro di sottrazione o per meglio dire di “sintesi grafica”: disegna tratti che sono allo stesso tempo, estremamente espressivi e peculiarmente limitati (o per dirla alla Genio: “fenomenali poteri cosmici in un minuscolo spazio vitale”). Umberto Eco se n’era accorto sin da subito, quando nel 1963 introduceva il primo volume italiano dei Peanuts: «La matita di Schulz riesce a rendere queste variazioni con una economia di mezzi che ha del miracoloso: il fumetto, sempre pressochè aulico, in una lingua da Harvard (raramente questi bambini scadono nel gergo o peccano di anacoluti) si unisce a un disegno capace di dominare, in ogni personaggio, la minima sfumatura psicologica». E la sua non è, mi par di capire, una scelta stilistica, come potrebbe essere stato per molti fumettisti di provenienza franco-belga l’adeguarsi alla ligne-claire di Tin Tin, ma il frutto di un’evoluzione personale che aveva come obiettivo una caratterizzazione forte, una potente e diretta comunicabilità. Un obiettivo, che se da un lato mi porta tendenziosamente a pensare agli inchiostri giapponesi su carta di riso, agli Enso e alle altre esperienze di perfezione grafica orientali (che nella loro suggestiva tangenza non c’entrano proprio niente), dall’altra mi ricorda alcune considerazioni del giornalista Vittorio Zucconi che durante una visita a Washington notava l’ordine e la pulizia di casa Schulz, il rigore e la freddezza scandinavi di alcune atmosfere e la “piattezza della sua arte”. Certo, c’è flatness, una spinta vigorosa verso il bidimensionale, ma anche un’estrema concrezione, una concentrazione grafica che suggerisce una diversa profondità.

Una precisione, una apparente rapidità d’esecuzione (molto probabile in effetti) che hanno del magico, del miracoloso, e che sono invece, frutto di un esercizio costante, quotidiano, di un percorso, di una disciplina. «Io e il mio amico» racconta Schulz in un’intervista «eravamo soliti fare quelli che chiamavamo ‘dimostrazioni con la penna alla Bart’. Il corso era tenuto da Charles Bartholomew, che ci distribuiva piccoli cartoncini con tre serie di tre linee a penna: una molto fine, una media e una grossa, realizzate tutte e tre con la stessa penna. Io e il mio amico ci esercitavamo a riprodurre quelle linee quando non avevamo nient’altro da fare. Ci piaceva vedere se riuscivamo a fare tre linee perfette con il pennino con degli spazi tra di esse più fini delle linee stesse [ride]. Era come un’esercitazione chirurgica con il bisturi, quindi acquisii una buona destrezza; ora la mia mano trema un poco e questo diminuisce un po’ della mia tecnica con il pennino, ma qualche volta riesco ancora a farlo». Il suo tratto è clinico, assoluto e preciso come un bisturi. Una roba da farsi male agli occhi se lo si guarda troppo. Forse per questo ci sto mettendo così tanto a leggerli, i Peanuts: mannaggia Charlie Brown! Ecco, un articolo sano sull’arte di Schulz, dovrebbe sempre terminare con una sorridente offesa gratuita a Charlie, alla sua e nostra strana, curiosa, esistenza.

Giovanni Scarpa

[1]
Naturalmente il dilemma è già stato svelato, ma la realtà a volte non basta a soddisfare la curiosità crescente. Qualcosa si deve nascondere dietro quella maledetta immagine frontale nella puntata de Il gatto del sabato sera.

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