IN NAVE SOMMERSA #2 – Ad una ninfea

AD UNA NINFEA

Certo dalla notte soltanto potevi nascere tu, così bianca.

Solo da un lungo soffrire di tenebre, nivale serenità

che non racchiudi profumo

ma poche gocce, gelide come silenzio lunare,

cui non sovviene da quale cielo siano cadute.

Quanti veli dell’anima lacerati,

prima di scorgere te, intatta verginità,

appena sfiorante le acque,

come nube che attratta dal proprio sguardo

che la contempla dal lago

sia immobilmente discesa

ed ora in se stessa riposa, senza saperlo.

 

“Erat autem nox”

Ioannes 13, 30

Si parte dalla notte in questa seconda poesia del primo nucleo boniano di liriche Fenicotteri che compare subito dopo Dalla betulla si effonde.

Immersi nella notte. “Certo dalla notte soltanto” (v. 1), “Solo da un lungo soffrire di tenebre” (v. 2). Giovanni ricorda che era notte quando Giuda prese il boccone e uscì dal Cenacolo. E Luca ricorda le tenebre: “sed haec est hora vestra et potestas tenebrarum” (Lc 22, 53). È Gesù che nell’orto degli ulivi si rivolge a chi è venuto a prenderLo con spade e bastoni come se fosse un ladro. “Ipse enim in qua nocte tradebatur […]”, come dice una delle preghiere eucaristiche.

È la prova. La lotta contro il male e il Maligno.

“Soltanto” (v. 1), “solo” dalla lotta. Tertium non datur.

Dalla “notte” senza luce nasce un fiore impensato, la ninfea del titolo, “così bianca” (v. 1). “Da un lungo soffrire di tenebre” nasce la “nivale serenità” (v. 2).

La “notte” in Elena è altresì “alta sacra limpida”, “pura infinita” (si veda la poesia Sulla tomba dove è inciso: “Qui giace uno il cui nome era scritto sull’acqua nella stessa raccolta I galli notturni), la “notte” è “profonda” (si veda la poesia Quasi primavera o il canto della rana nella raccolta Alzati Orfeo): contiene una possibilità unica che il giorno non conosce. Può nascere qualcosa di assolutamente e impensabilmente candido e si può passare dal lungo soffrire alla serenità.

Proprio per questo accosterei la lirica ad un altro passo di Giovanni che c’entra con la notte e la più grande possibilità: incontrare il Mistero fatto carne. Un passo che parla della nuova nascita. Mi riferisco all’incontro tra Nicodemo e Gesù del terzo capitolo di Giovanni.

1 Erat autem homo ex pharisaeis, Nicodemus nomine, princeps Iudaeorum;

2 hic venit ad eum nocte et dixit ei: “Rabbi, scimus quia a Deo venisti magister; nemo enim potest haec signa facere, quae tu facis, nisi fuerit Deus cum eo”.

3 Respondit Iesus et dixit ei: “Amen, amen dico tibi: Nisi quis natus fuerit desuper, non potest videre regnum Dei ”.

4 Dicit ad eum Nicodemus: “Quomodo potest homo nasci, cum senex sit? Numquid potest in ventrem matris suae iterato introire et nasci?”.

5 Respondit Iesus: “Amen, amen dico tibi: Nisi quis natus fuerit ex aqua et Spiritu, non potest introire in regnum Dei.

6 Quod natum est ex carne, caro est; et, quod natum est ex Spiritu, spiritus est.

7 Non mireris quia dixi tibi: Oportet vos nasci denuo.

8 Spiritus, ubi vult, spirat, et vocem eius audis, sed non scis unde veniat et quo vadat; sic est omnis, qui natus est ex Spiritu”.

Nella notte Nicodemo incontra Gesù che gli parla della necessità di nascere dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito per vedere, entrare nel regno dei cieli. Anche in Elena dalla notte, dalla lotta nasce la ninfea. Eppure questa nascita rimane un dono e non è mai l’esito delle sforzo di una ascesi o di una conquista. Lo dicono i versi 3-5: “che non racchiudi profumo / ma poche gocce, gelide come silenzio lunare, / cui non sovviene da quale cielo siano cadute”. Il cielo o il “desuper” di Giovanni, lo “Spiritus”. In Elena il cielo è la sede dello Spirito. “Lo Spirito di Dio è una colomba bianca. / Ama le solitudini aeree / le estatiche cime degli alberi / le acque che guardano i cieli” (si veda la poesia Lo spirito di Dio è una colomba bianca nella presente raccolta), “[…] Santissimo Spirito, / la bianca colomba che ha sede nel più alto dei cieli” (si veda la poesia Per San Gabriele Arcangelo negli Inediti). Dunque “ma poche gocce, gelide come silenzio lunare, / cui non sovviene da quale cielo siano cadute” (vv. 4, 5). Ciò che racchiude la nivale serenità è qualcosa che viene da un altro posto, è essenzialmente dono, dono dall’alto, dello Spirito, e perciò stupore.

Ma cos’è allora questa “nivale serenità” del verso 2 che è il frutto di una lotta e dono?

“Quanti veli dell’anima lacerati, / prima di scorgere te, intatta verginità, / appena sfiorante le acque” (vv. 6-8). Anche qui la sofferenza e la lotta aiuta a scorgere (non a conquistare o creare) l’intatta verginità. Proprio così. Il fiore impensato, la ninfea è la verginità. “Bianca” al verso 1, “nivale” al verso 2, “intatta” al verso 7. Il bianco e la neve sono in Elena il colore e l’oggetto della divinità. Divinità che cade (v. 2) e discende (v. 11). Come continuerebbe il discorso di Gesù a Nicodemo (Ioannes 9, 9-21) sul perché della discesa del Figlio di Dio. Il riconoscimento di questa Presenza discesa è quello che ai versetti 3 e 5 era chiamato “regnum Dei”.

La verginità è lotta per l’Ideale, per quello di cui si ha bisogno davvero per poter vivere e tutto ciò che offusca questa ricerca e questa domanda, tutto ciò che riduce la consapevolezza di chi sono io, di che cosa sto a fare al mondo e qual è il senso del mondo.

La verginità è dono, grazia, da chiedere, viene dall’alto, da altri cieli, va scorta, nella lacerazione della lotta, in ginocchio e nelle lacrime a volte.

Lo dice meglio Elena stessa. Se si vede nell’Opera omnia poetica dove ricompaiono insieme le parole “veli”, “lacerati” e “sfiorante”, allora si dovrà leggere la lirica Per un suonatore di liuto nella raccolta Alzati Orfeo. Riporto qui i versi 13-29: “Amarilli Amarilli / o bellezza / che fuggi eternamente, / s’è impigliato il tuo velo / bianco fluttuando fra le piante, / chi t’insegue delira / che sia la tua persona / e raggiunto lo sciupa / fra le mani deluse, / lacerato velo eternamente / candidezza contaminata. / E lontana è Amarilli, / solo il canto la sfiora / canto d’amore sempre uguale / sempre lo stesso da mutate voci / e melodie mutate / con l’andare del tempo”. È questa la lotta che ogni giorno è chiesta all’uomo nella sua corsa dietro la Bellezza. La realtà attira con la sua bellezza. Ma le cose o le persone belle sono veli, dietro i quali si può delirare finendo per sciuparli, contaminando la candidezza. È l’esperienza di ogni uomo nella sua strada per il compimento, la felicità. Mentre le cose e le persone belle, soprattutto la persona amata, sono date per risvegliare la sete dell’unica Bellezza che compie veramente. Eppure sembra impossibile non cadere, non cedere in tale corsa a meno di Amarilli.

“Et Verbum caro factum est”. Ecco perché, Nicodemo, sono disceso dal cielo! Per farti rinascere dall’alto, perché tu veda il regno di Dio, la Mia presenza nella carne di ogni giorno.

È la promessa di Gesù alla domanda di Pietro su cosa si guadagna nel seguire Gesù abbandonando ogni cosa, potremmo dire, lottando nella notte.

“Et omnes, qui reliquit domus vel fratres aut agros propter nomen meum, centuplum accipiet et vitam aeterna possidebit” (Mt 19, 29).

La promessa è il centuplo quaggiù.

“Già allungava la mano per svegliarmi, / io sparii all’improvviso / lasciando un profumo di rose / quali mai non fiorirono / in terrestre giardino. / Disse il custode: – Ho sognato, – / ed agli altri più tardi: – L’ho veduto, / ma subito è sparito; / ha lasciato un profumo / come di cento rose” (si veda la poesia L’orrido mercante dalla gamba tagliata, raccolta Invito a palazzo).

Queste parole di Elena mi fanno venire in mente un’esperienza personale. Un caro amico sacerdote di recente mi ricordava la sorpresa di aver trovato fra i monti, quando era più giovane, durante una camminata, una conca piena di cinquanta gigli di montagna. Nella fatica del camminare si scorge il dono inaspettato di fiori caduti da chissà quale cielo. Di fronte a questo spettacolo si può pensare di godere recidendo tutti i gigli. E portare il loro sole tramontato nel grembo di una chiesa. Oppure si può cadere in ginocchio, entrare nella loro solarità come si entra in una chiesa. Tale cadere in ginocchio è il centuplo donato e possibile a chi segue Cristo fatto carne.

Un carissimo amico mi scriveva l’altro giorno: “Sono appena tornato da un giro in elicottero sulla cima del Cervino. Davanti a tanta bellezza non posso far altro che ringraziare, pregare e ringraziare ancora”. Ne sono rimasto spiazzato e commosso. Una semplicità e profondità così grande di fronte alla bellezza non viene dalla terra. È più istintivo sciupare il velo. O non ringraziare. Vivere una simile infanzia spirituale e scrivere tali parole ad un amico è invece il centuplo quaggiù.

cervino panorama vetta

Solo in questo centuplo che è lotta e dono del rapporto con Gesù si scopre chi si è veramente. Scopro chi sono io incontrando un tu per cui mi domando: tu chi sei? E allora riposo davvero. Come ricorda instancabilmente nelle sue poesie Elena.

“Come nube che attratta dal proprio sguardo / che la contempla dal lago / sia immobilmente discesa / ed ora in se stessa riposa, senza saperlo” (vv. 9-12).

Emanuele Giraldo

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