Mitologia Norrena #2 – Baldr e il vischio

Gli dei del pantheon norreno non sono sicuramente ricordati per il loro atteggiamento compassionevole. Non sono diversi infatti, nei loro comportamenti, dagli uomini e talvolta sono addirittura peggio. Una delle vicende più grottesche riguarda il lupo Fenrir e il dio Tyr. Gli dei infatti, che temevano la forza spaventosa del lupo, decisero di legarlo con una corda magica, ma per farlo dovevano ingannare il lupo convincendolo che in realtà si trattasse di una prova per testare la sua forza e che poi lo avrebbero liberato. Fenrir tuttavia percepì l’inganno e fece una controproposta: si sarebbe lasciato legare solo se uno di loro avesse tenuto la propria mano tra le sue fauci. Gli dei rimasero interdetti sennonché Tyr il più valoroso tra loro si offrì volontario. Una volta legato, Fenrir tentò più volte di liberarsi senza successo, “allora” (dice testualmente il Gylfaginning) “tutti risero, fuorché Tyr. Egli perse la mano.” Non c’è un minimo di compassione o di gratitudine nei confronti di Tyr, non una lacrima viene versata per il suo valore.

Eppure ci fu un momento nella mitologia norrena nel quale tutti gli dei piansero per lo stesso motivo, cioè la morte del dio Baldr. Tutto ha inizio con sogno che Baldr fece, sogno foriero di pericoli per la sua vita. Baldr quindi, il più buono e il più amato tra gli dei, temendo per la sua incolumità chiese aiuto a Frigg, sua madre, dea suprema e sposa di Odino. Essa decise di far giurare ad ogni cosa, vivente e non, di non recare alcun danno al figlio. Quando tutti ebbero giurato, Baldr divenne invulnerabile, tanto che gli altri dei, per passatempo, erano soliti lanciargli contro qualsiasi cosa, senza tuttavia poterlo danneggiare. Ora accadde che Loki, invidioso di Baldr, venne a conoscenza dalla stessa Frigg tramite un inganno, che una pianta non aveva prestato giuramento in quanto troppo giovane. La pianta era il vischio. Ecco che allora le trame nefaste di Loki si misero in atto: porse un ramo di vischio al dio Hodr e lo incitò a lanciarlo contro Baldr. Hodr, all’oscuro di tutto, prese il vischio e lo scagliò verso Baldr uccidendolo all’istante.

Quando Baldr giacque morto, tutti gli dei rimasero senza voce e così le mani tese per prenderlo ricaddero […] E quando gli Asi tentarono di parlare venne loro piuttosto il pianto alla gola, così che nessuno poté dire all’altro con parole il proprio dolore.

 

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Gli dei quindi tennero consiglio e decisero di inviare un messaggero da Hel, protettrice degli inferi, per chiedere che Baldr fosse restituito al mondo dei vivi. Hel rispose che se tutte le cose nei mondi, vive o morte, avessero pianto per lui allora egli sarebbe tornato tra vivi. Gli dei perciò mandarono i loro inviati in ogni angolo dei mondi per diffondere il messaggio. Tuttavia, essi, giunti ad una dimora trovano una vecchia di nome Thökk che rispose gelida:

“Thökk piangerà

con occhi asciutti

il viaggio di Baldr fino al rogo;

dal figlio del vecchio

né vivo né morto

mai ebbi vantaggio:

tenga Hel quel che ha.”

Gli scaldi sono tuttavia concordi nell’affermare che la vecchia Thökk fosse in realtà Loki travestito.

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Un dio ucciso da un piccolo ramo di una delle più modeste piante della terra. Cosa nasconde questa strana vicenda? James G. Frazer ne “Il ramo d’oro” ne dà una una spiegazione interessante legata ad alcuni riti che si perdono nell’antichità. Proviamo a ripercorrere, allora, una serie di correlazioni che uniscono il sacrificio di Baldr, il vischio e la pira su cui viene bruciato il corpo del dio. I popoli del nord erano soliti ricordare il sacrificio di Baldr con un’enorme pira durante la vigilia di mezza estate su cui veniva arso vivo un rappresentante umano del dio. Il rito aveva come scopo, oltre a quello della memoria, anche il rinnovamento delle stagioni, la crescita degli alberi e la rinascita naturale in generale. Se il sacrificio del rappresentante umano, che veniva bruciato in ugual modo anche all’inizio della primavera, aveva come scopo quello di rendere rigoglioso e fertile il terreno allora possiamo ricollegare il dio Baldr a una divinità della vegetazione o comunque del risveglio della natura. Il vischio invece è conosciuto presso tutti i popoli europei per le sue qualità mistiche, magiche e protettive. I popoli della Scandinavia lo raccoglievano con attenzione in specifici giorni e lo appendevano al soffitto delle proprie case come difesa dalle forze maligne. Ancora oggi, durante le feste natalizie e soprattutto a Capodanno, passare sotto al vischio appeso sugli stipiti delle porte è considerato di buon auspicio. Si tratta di una di quelle che Frazer chiama rimanenze. Rimanenze di un epoca passata che riaffiorano e perdurano anche in età contemporanea. Il vischio quindi è una delle due piante più sacre per i norreni, l’altra è la quercia. Il suo legno era considerato un elemento rituale molto pregiato e veniva prescritto in alcuni riti, utilizzato per accendere fuochi e come combustibile per le pire funerarie. Possiamo quindi supporre che il legno utilizzato per la pira di Baldr fosse quello di quercia. Ma cosa collega i fuochi di mezza estate alla raccolta del vischio? Il collegamento non è altro che il mito di Baldr. Esso infatti suggerisce un legame vitale tra la pianta e il suo rappresentante umano. Andiamo con ordine: se nel mito nulla può uccidere Baldr eccetto che per il vischio, allora fintanto che il vischio non viene colto e rimane sull’albero (il vischio è un rampicante) il dio è invulnerabile. Pertanto quando il rappresentante umano del dio doveva essere ucciso nel rituale, era necessario innanzitutto cogliere il vischio. Facciamo un altro passaggio: se Baldr è, come abbiamo già detto, un dio arboreo (con il suo sacrificio porta alla rinascita della natura) non è impossibile immaginare che egli sia la personificazione della quercia stessa, cioè l’albero sacro per i norreni. Ecco quindi l’ultimo legame che collega Baldr, il vischio e la quercia. Finché il vischio era attaccato all’albero questo era invulnerabile così come lo era Baldr, era quindi necessario prima cogliere il vischio per poter tagliare la quercia, non più invulnerabile, e usare la sua legna per il fuoco di mezza estate nel quale veniva bruciato il rappresentante umano del dio, anch’egli ora vulnerabile.

Secondo questa teoria, Baldr l’invulnerabile non è altro che la personificazione della quercia portatrice del vischio. Le due piante sono considerate simbioticamente indistruttibili (il vischio per la sua natura sempreverde custodirebbe la vita sacra della quercia anche durante l’inverno). Pertanto, ritornando al mito, possiamo dire che la vita del buon dio della quercia era solidamente riposta nel vischio immortale che cresce tra i suoi rami; che la divinità rimase invulnerabile finché il vischio restò al suo posto; e che infine un astuto nemico scoprì il segreto dell’invulnerabilità del dio, strappò il vischio dalla quercia uccidendo Baldr.

 

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Il sacrificio del dio che permette la rinascita della vita è un tema vicino anche all’ambiente cristiano, ed è probabile che Snorri Sturluson, l’autore dell’Edda, vissuto tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo, influenzato dalla fede e dalla cultura cristiana, abbia visto in Baldr il Cristo dei popoli del nord. Tant’è che il mito di Baldr in realtà si conclude in un epoca posteriore al Ragnarǫk, nella quale il dio risorgerà dagli inferi e tornerà ad Asgardhr, che cambierà nome in Idhalvöllr, per regnare, insieme ai figli di Thorr, su un nuovo mondo e su una nuova era.

Fabio Darici

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