Alle fondamenta della Terra di Mezzo #3 – La caduta di Gondolin

Siamo giunti alla fine del nostro percorso Alle fondamenta della terra di mezzo, sulle tracce di Christopher Tolkien e i Miti Fondanti dell’universo tolkieniano. Dopo la storia d’amore tra Beren e Lùthien e la tragedia dei Figli di Hùrin, si profila all’orizzonte la bianca città di Gondolin e la sua caduta. Siamo di fronte al racconto che di fatto chiude il periodo eroico della Prima Era, chiude la grande era degli Elfi. Dopo la caduta di Gondolin infatti ci sarà la discesa in guerra dei Valar, la sconfitta di Morgoth, l’inabissamento del Beleriand e l’inizio della Seconda Era, che si svolgerà in quella terra più nota al grande pubblico che è la Terra di Mezzo (la Contea, le Montagne Nebbiose, Rohan, Minas Tirith, per intenderci). Non è un racconto lungo e strutturato con intricati intrecci e una molteplicità di personaggi cruciali che entrano ed escono dalla scena. È un racconto con due protagonisti, un uomo e un elfo, e uno scenario ben preciso, la città di Gondolin. Uno dei più grandi uomini e uno dei più grandi elfi. Tuor figlio di Huor e Turgon figlio di Fingolfin, Re dei Noldor. Vediamo cosa accade nel mito della Caduta di Gondolin.

 

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La storia inizia negli anni più bui della Prima Era, gli anni della Nirnaeth Arnoediad, la Battaglia delle Innumerevoli Lacrime, in cui Elfi e Uomini persero per sempre contro Morgoth, che dilagò da ora in avanti nei regni del Beleriand. Tuor è figlio di Huor, uomo dello Hitlum che morirà nella battaglia combattendo fino alla fine fianco a fianco con Hurin (si, quell’Hurin, il padre di Turin). Tuor, giovanissimo, è affidato dalla madre Rian agli Elfi, che lo crescono e lo accudiscono, lontano dal male del mondo. Ma Tuor sente una pulsione verso il mare. Si sente chiamato al mare, e appena ne ha la possibilità scappa e raggiunge le coste del grande Mare. Qui Tuor viene contattato dal dio delle acque Ulmo. Deve portare un messaggio proprio a Turgon, deve recarsi a Gondolin, Tumladen, la Valle Nascosta, l’ultima roccaforte degli Elfi nel Beleriand. Ulmo spiega a Tuor come arrivarci e Tuor parte nel suo lungo viaggio. Arrivato alle falde degli Ered Echoriath, i Monti Cerchianti, inizia a risalire la via nascosta che gli è stata rivelata da Ulmo. Viene intercettato dai Noldor che sorvegliano l’accesso e condotto alla città per essere giudicato dal re. La pena sarebbe la morte. Nessuno può entrare o uscire senza il permesso del re, altrimenti rischia di venir meno la segretezza che permette la vita della città in mezzo alle tempeste di Morgoth. Gondolin è infatti una città grande e bellissima, ricca di uomini, armi e tesori. È l’ultima speranza dei Noldor del Beleriand, gli eserciti di Turgon che a momenti risolvevano la Nirnaeth Arnoediad, dovendo poi ritirarsi in seguito alla sconfitta. Ma Turgon prende in simpatia Tuor, che diventa un figlio adottivo per Turgon, lo educa e lo fa diventare un forte e saggio comandante di uomini. Si stava addirittura pensando di dargli in moglie Idril, la figlia del re, tra i due c’era un amore così bello che il re si stava convincendo. Non era di sicuro d’accordo il fratello di Idril, Maeglin, figlio di Turgon, che avrebbe avuto un competitor ingombrante per il trono e che disprezzava gli uomini. In una sortita esterna, concessagli dal rango di figlio del re, Maeglin viene catturato dagli orchi, condotto da Morgoth, torturato e rimandato a Gondolin una volta ricevute le informazioni necessarie per l’invasione tanto agognata da Mortgoth. Così, in una normale giornata, uguale da tanti anni, Gondolin si ritrova improvvisamente in guerra. Le sue mura, i Crissaengrim, sono superati. Gli eserciti di Morgoth, balrog, orchi, troll e draghi si ammassano attorno alle bianche mura della città di Turgon, che si appresta ad un eroica quanto certa sconfitta. La battaglia è grande e densa di episodi, duelli, morti gloriose, imprese eroiche in cui si distinguono i vari guerrieri rappresentanti delle maggiori casate nobiliari della città. È una battaglia continua, casa per casa, centimetro per centimetro, gli eserciti di Morgoth muoiono a migliaia ma il loro numero resta soverchiante. Tuor combatte e si fa notare tra i più valorosi, ha un figlio da difendere, il piccolo Eärendil, nato da Idril e dunque nipote di Turgon. Ecco che nel momento più difficile della battaglia, quando ormai gli eserciti di Gondolin si avvicinano al palazzo reale, esce Turgon con la sua guardia scelta, e semina il panico tra le schiere nemiche, generando una riscossa dei Noldor. Ma anche questa riscossa è chiaramente disperata, è un canto del cigno che, per quanto luminoso e glorioso, resta tale. Turgon lanciandosi sui nemici permette a parte del popolo di Gondolin di salvarsi, trovando scampo tramite un tunnel sotterraneo e scappando verso un angusto passo che conduce fuori dagli Ered Echoriath e verso il Beleriand. Con i fuggitivi ci sono Tuor, Idril e il piccolo Eärendil. La fuga non è semplice, vedere la città che brucia in lontananza è motivo per tutti di dolore; in più Morgoth li individua e invia un Balrog a fermarli. Rimarrà epica la lotta di Glorfindel, principe elfico, in cima al passo, a coprire la fuga degli altri, che culminerà con la sua morte e quella del Balrog. Gli esuli di Gondolin che riescono a scappare vanno a rifugiarsi sulle coste del Beleriand, ultime sedi elfiche ancora in piedi, sotto la protezione di Cirdan il Timoniere. Ma le due città in cui gli esuli si sono rifugiati con gli altri elfi del Beleriand, Brithombar ed Earglest, non possono resistere all infinito, con un Morgoth che ormai dilaga nel Beleriand. Ecco che Eärendil, spinto da un desiderio fortissimo verso il mare, decide di intraprendere il viaggio proibito dai Valar e di raggiungere le terre di Aman, per chiedere l’aiuto dei Valar stessi, gli dei del mondo di Tolkien. Il viaggio incredibilmente riesce, Eärendil approda nelle terre di Aman, viene ricevuto dai Valar che comprendono la situazione di gravità e decidono di intervenire. Eärendil torna insieme a sua moglie Elwing con cui aveva fatto il viaggio e con tutte le armate dei Valar, e si scatena la Guerra d’Ira, che chiude la Prima Era, segna la fine di Morgoth e del Beleriand. Eärendil e sua moglie passeranno la vita a veleggiare nei mari e nei cieli della Terra di Mezzo. Figli di Eärendil saranno Elros, capo dei Numenoreani da cui discende Aragorn,  e l’arcinoto Elrond, proprio lui, il signore di Gran Burrone.

 

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Cosa porta nello Hobbit e nel Signore degli Anelli questo terzo mito fondante? Si rinnova questa domanda, costante nel percorso che si chiude qui dopo essere iniziato con Beren e Luthien. Tutta la storia della città di Gondolin, dalla fondazione al viaggio di Tuor, è votata alla rovina. Turgon lo sa bene, che la città non potrà rimanere in eterno celata, che non sarà utile per i Noldor restare rinchiusi nella gabbia della loro immortalità ed estraniarsi dal mondo. Rieccheggiano qua concetti noti a chi ha visto il Signore degli Anelli e ricorda le scene di Elrond al Consiglio e di Elrond e Arwen, dove si oppone la visione conservatrice immobilista di Elrond al vitalismo e la predisposizione all’azione di Gandalf e Arwen. Turgon sa bene che la sua città è destinata a crollare. Qual’è dunque lo scopo per cui Ulmo la fa costruire e poi in un certo qual modo ne affretta la distruzione, introducendo l’elemento di disturbo Tuor che attiva la reazione a catena della malvagità e dunque corruttibilità di Maeglin? Gondolin è un mezzo per uno scopo più grande. Gondolin esiste e nasce nel mondo di Tolkien per portare all’unione dell’ultima principessa dei Noldor, Idril, con l’ultimo grande uomo del Beleriand (orfano di Beren e Turin), Tuor. Gondolin serve al mondo di Tolkien come fucina in cui si andrà a creare una nuova generazione, anzi due, che risulteranno poi decisive nelle sorti della storia. Infatti da Tuor e Idril nasce Eärendil, unico possibile senso a mio parere della storia di Gondolin. La Caduta della città coincide con l’inizo della sua missione di salvezza per tutta l’umanità. Lo stesso nome di Eärendil deriva da Earendel, un angelo del poema antico anglosassone “Christ” di Cynewulf (probabilmente VIII secolo d.C.). É un termine che ricorre in molte lingue antiche indoeuropee come Stella più luminosa, la stella del mattino, compare nel norvegese antico “Aurvandil”, nel longobardo “Auriwandalo”, nel tedesco “Orentil/Erentil”. E in effetti Eärendil con il suo viaggio salva il mondo da Morgoth, sconfitto dai Valar. Il sacrificio di Gondolin come città, la sua Caduta, è dunque il sacrificio di qualcosa di grande per un fine ancora più grande, che supera le forze dell’uomo e le sue costruzioni terrene. Non è forse questo il senso della cavalcata verso la morte dei Rohirrim e di Theoden nel Ritorno del Re? Theoden sa che morirà, ma cavalca, si sacrifica per un bene più grande, che non può costruire lui ma per il quale può combattere. Non è forse questo il senso dell’impresa di Frodo e Sam nel compiere una missione di cui non comprendono la portata ma dalla quale dipende tutto? Consci di questa importanza, senza comprenderne i contenuti, sacrificano la loro vita, e vengono salvati per un nulla. E Gandalf? E Thorin Scudodiquercia? Tutti questi personaggi si immolano per un futuro migliore, per “qualcosa di più”. Sono strumenti nelle mani di un destino di cui si fidano. Questa fiducia, che nel Cristianesimo si chiama Fede, permette al più piccolo di compiere le azioni più grandi, “sono le piccole cose . . . ” direbbe Gandalf. E dunque la Caduta della città di Gondolin acquista nuovo senso: non è più un lontano episodio mitico-eroico, di un era dimenticata, ma  l’archetipo del sacrificio nel mondo di Tolkien. Turgon si immola per permettere la fuga, Glorfindel altrettanto. Forse non capiscono cosa stanno permettendo, ma lo fanno. Ed Eärendil non li tradisce. Una fiducia ben riposta direi.

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Giovanni Gomiero

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