Cosí parlò Zarathustra, o della potenza di un genio

Tre pagine. Dopo averle lette sembra di aver letto un libro intero. Non è semplice trovare un opera densa e affascinante come “Così parlò Zarathustra” di Friedrich Nietzsche. Lungi da me il pensare di poter proficuamente commentare le pagine di un genio rivoluzionario come il nostro “Nice”. L’obbiettivo che mi propongo è quello di riuscire, attraverso la lettura del testo, a mostrare la bellezza, il fascino e la genialità di questo piccolo pezzo del libro, intitolato “Delle cattedre della virtù”.

Siamo nel secondo capitolo dell’opera, “I Discorsi di Zarathustra”, che segue la “Prefazione di Zarathustra”, il primo capitolo. Il capitolo dei discorsi è sviluppato in brevi capitoletti, intitolati in base all’argomento esaminato. Ecco, di fronte a un titolo come “Delle cattedre della virtù” non si può che pensare a una noiosa riflessione filosofia (addirittura etica!) sulla virtù e sul suo insegnamento. Niente di più fuorviante.

Si facevano gran lodi a Zarathustra di un saggio che sapeva parlare molto bene intorno al sonno e alla virtù: perciò -si diceva- egli veniva grandemente onorato e ricompensato, e tutti i giovinetti sedevano davanti alla sua cattedra. Zarathustra volle andare da lui e insieme a tutti i giovinetti sedette davanti alla sua cattedra. E così parlò il saggio: 

Il sonno sia onorato e rispettato! Questa è la prima cosa! Evitare tutti coloro che dormono male e stanno svegli la notte”

Persino il ladro prova pudore verso il sonno: sempre egli si dilegua silenzioso nella notte. Senza rispetto è invece il guardiano notturno, che irriverente se ne va in giro con il suo corno.

Dormire non è arte dappoco: intanto, per dormire, bisogna vegliare tutto il giorno. 

Dieci volte al giorno devi superare te stesso: ciò procura una buona stanchezza ed è papavero per l’anima.

Dieci volte al giorno devi riconciliarti con te stesso; il superamento è infatti amarezza, e male dorme chi non si è riconciliato.

Dieci verità al giorno tu devi trovare: altrimenti ti metti a cercare la verità anche di notte, e la tua anima è rimasta affamata. 

Dieci volte al giorno devi ridere ed essere allegro: altrimenti lo stomaco, che è il padre di ogni mestizia, ti disturberà nella notte. 

Pochi lo sanno: ma per dormire bene bisogna avere tutte le virtù. Dirò falsa testimonianza? Commetterò adulterio? Mi indurrò a concupire l’ancella del mio vicino? Tutto ciò mal si accorderebbe con un buon sonno.

Fermiamoci un secondo. Ecco, il contesto appare abbastanza chiaro, Zarathustra sente parlare di questo saggio che era molto stimato nella città in cui si svolge il racconto, va ad ascoltarlo insieme a tutti i giovani che lo seguono. Il maestro inizia a parlare del Sonno, della sua importanza e di come ottenerlo nel miglior modo possibile. È praticamente data la “ricetta del buon sonno”, ci sono le quantità di quello che bisogna fare durante il giorno per dormire bene. Se alcuni enunciati possono far sorridere nella loro semplicità (Dieci  verità al giorno tu devi trovare: altrimenti ti metti a cercare la verità anche di notte), è innegabile l’interesse che suscita il discorso del Saggio. Risulta interessante perché sta evidenziando un problema e sta proponendo a tutti il metodo esatto, scientifico, oserei dire infallibile, per risolvere il problema. Perchè Zarathustra va ad ascoltarlo, quando fino ai capitoli precedenti parlava della bassezza del genere umano, delle folle che lo prendono in giro e non accettano il suo insegnamento superomistico? Perchè Zarathustra, da buon saggio, è curioso. Segue un fatto che gli accede, va e ascolta. Finito il discorso sul Sonno, il maestro procede nell’analisi delle Virtù.

E anche quando si hanno tutte le virtù, bisogna saper fare una cosa: mandare a dormire al momento giusto anche le virtù. 

Affinchè non bisticcino tra loro, le brave femminucce! E a tue spese, disgraziato!

Pace con Dio e con il vicino: così vuole il buon sonno.

E pace anche col diavolo del vicino! Altrimenti ti si aggirerà per la casa, di notte. 

Onore all’autorità, e obbedienza, anche all’autorità storta! Così vuole un buon sonno. Che posso farci se la potenza cammina volentieri su gambe storte?

Per me sarà il pastore migliore quello che porta la sua pecora dove l’erba è più verde: questo si accorda con il buon sonno. 

Io non voglio né molti onori, né molti tesori: ciò infiamma la milza. Ma male si dorme, senza un buon nome e un tesoruccio. 

Una piccola compagnia mi è più gradita di una cattiva: tuttavia deve andare e venire al momento giusto. Questo si accorda con il buon sonno. 

Molto mi piacciono anche i poveri di spirito: essi favoriscono il sonno. Beati son essi, specialmente se si dà loro sempre ragione.

La questione si complica. Non è più una semplice ricetta quantitativa per il benessere. Il Saggio si imbarca su un complicato discorso riguardante le virtù, quali e quante siano necessarie al buon sonno. Il tono si fa sempre più spesso ammiccante, divertente, è un discorso scritto, si sente la vivacità del parlato, in continuazione. Si percepisce che ora il Saggio vuole comunicare qualcosa di preciso, vuole attirare, affascinare, sedurre gli ascoltatori. Vuole convincere. Riemerge in questo discorso la miglior vena aforistica di Nietzsche, culminante nel Che posso farci se la potenza cammina volentieri su gambe storte? Si alternano momenti di rigidità morale, che ricordano lo stoicismo romano (io non voglio né molti onori né molti tesori: ciò infiamma la milza) e in cui si vede il precetto nella sua integrità, seguiti da puri momenti di cinismo e umanità spiccia (ma male si dorme, senza un buon nome e un tesoruccio). Si percepisce bene in questo discorso un costante distacco tra valore, precetto, norma considerata giusta e effettività reale, umana, “terra terra”. Il Saggio non può rinunciare al precetto, ma nemmeno a conquistare una folla di giovani, che hanno bisogno sì di sapere che non servono l’onore e i soldi per vivere, ma che non fanno male, anzi, se ci sono. È una continua concessione della trascendenza all’immanenza, del “si dovrebbe fare” al “si fa”. Andiamo avanti nel discorso, giunto alla sua parte conclusiva.

Così trascorre la giornata del virtuoso. Ma quando viene la notte, mi guardo bene dal chiamare il sonno! Non chiamato vuol essere il sonno, che è il signore delle virtù! 

Bensì io penso a ciò che ho fatto e pensato durante il giorno. Ruminando, paziente come una vacca, interrogo me stesso: quali sono stati dunque i tuoi dieci superamenti?

E quali sono state le dieci conciliazioni e le dieci verità e le dieci risate con cui il mio cuore ha fatto bene a sé stesso?

Meditando queste cose e cullato da quaranta pensieri, d’un tratto sono assalito dal sonno, il non chiamato, il signore delle virtù. 

Il sonno bussa al mio occhio: ed esso si fa pesante. Il sonno mi tocca la bocca: ed essa rimane aperta.

In verità con teneri calzari egli giunge a me, il più caro dei ladri, e mi ruba i miei pensieri: così io resto lì, stolido come questa cattedra. 

Ma non a lungo resto così: e già sono sdraiato –

Sembra di essere a teatro. Una chiusura geniale nella sua semplicità, accattivante e soddisfacente per il pubblico. Il Saggio riprende a parlare del sonno, e della sua potenza autonoma, indipendente dall’uomo. Ci sono almeno due punti in cui il Saggio, anche se in questa parte si qualifica meglio come Oratore (se non Istrione), abbassa quasi volgarmente il tono del discorso per recuperare in continuazione il pubblico e condurlo verso il climax del ragionamento. Ruminando, paziente come una vacca, esemplificazione fin troppo chiara, il pubblico sicuramente si fa scappare un sorriso al pensiero della mucca che rumina oziosa nei pascoli. Meditando queste cose e cullato da quaranta pensieri, ecco ora figuratevi se un giovinetto che ascoltava può davvero immaginare una sua meditazione su quaranta cose diverse. Siamo ai limiti dell’iperbole, si ricerca l’esempio pratico, l’attaccatura a terra del discorso. Ecco che, all’apice del discorso c’è una similitudine chiara a tutti gli ascoltatori: stolido come questa cattedra. Detto questo, chiusura del sipario (e già sono sdraiato) e applausi scroscianti. Ma non tutti applaudono.

Quando Zarathustra ebbe udito quel saggio parlare così, rise nell’intimo del cuore: in quel mentre in fatti una luce era sorta al suo orizzonte. E così egli parlò al suo cuore: 

Questo saggio coi suoi quaranta pensieri è per me un pagliaccio: ma io credo che si intenda a fondo di dormire. 

Beato chi vive vicino a questo saggio! Un sonno del genere è contagioso e capace di attraversare anche il muro più spesso, col suo contagio.

Anche la sua cattedra è avvolta da un incantesimo. E non invano sedettero i giovinetti davanti al predicatore della virtù. 

La sua saggezza ci chiama: stare svegli, per dormire bene. E, in verità, se la vita non avesse senso e io dovessi scegliere un’assurdità, questa sarebbe anche per me la più preferibile delle assurdità. Adesso capisco chiaramente che cosa un tempo si cercava innanzitutto, quando si andava in cerca di maestri della virtù. Un buon sonno si cercava e, a questo fino, virtù oppiacee!

Per tutti questi rinomati saggi in cattedra la saggezza era il sonno senza sogni: essi non conoscevano un migliore senso della vita. 

E anche oggi vi sono alcuni come questo predicatore della virtù, e non sempre così onesti: ma il loro tempo è passato, e non rimarranno lì neppure a lungo: e già saranno sdraiati.

Beati questi sonnolenti, perché presto si appisoleranno –

Così parlò Zarathustra.

Incredibile. La potenza di questa pagina era per me sconosciuta prima di affrontare Nietzsche, non credevo si potesse conferire tanta forza alla parola scritta. Zarathustra ride. Non è il “riso cattivo” di Leopardi di fronte al progressismo, né la risata dei giovinetti soddisfatti della lezione. È la risata di chi non può accontentarsi di stare svegli, per dormire bene. Non si confà al progetto niciano questa vita. Non è accettabile per il Superuomo questa vita. Non per questo Zarathustra denigra l’opinione del saggio, anche lui sarebbe d’accordo con questa idea se la vita non avesse senso. Per Zarathustra invece  la vita ha e deve avere senso. Eppure resta il fascino pericoloso e seducente contenuto dai discorsi del saggio, quel sonno facilmente può attirare e addormentare. È qui che si gioca la partita per Zarathustra, la differenza tra il suo superomismo e la vita degli altri è contenuta nell’ovvietà di quel se la vita non avesse senso. Sarà nichilismo, sarà follia, sarà semplicemente Nietzsche. Ma resta di un fascino innegabile.

Giovanni Gomiero

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