J.R.R. Tolkien: Lettere – Invito alla lettura

Il 3 Gennaio 2018, dopo anni di attesa da parte degli appassionati, la casa editrice Bompiani ha ripubblicato la raccolta di lettere di Tolkien in Italia. La prima edizione, letteralmente esaurita in termini di volumi, si intitolava “La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973”, e consegnava al pubblico italiano la monumentale opera di selezione e edizione di lettere e passi di lettere operata anni prima da Christopher Tolkien e Humphrey Carpenter. Ora, con un titolo nuovo che forse perde in poesia rispetto a “Realtà in Trasparenza”, ma che guadagna senza dubbio in termini di pubblicità e attrattiva grazie alla sua comprensibilità, questo volume si ripropone all’attenzione come opera cruciale per affrontare una fruttuosa lettura delle opere del Professore.

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L’opera intrapresa da Carpenter e C. Tolkien  non è stata semplice e priva di ostacoli. Selezionare 354 lettere personali dal ricchissimo epistolario tolkieniano è stata un impresa ciclopica per almeno tre problemi: in primis la grafomania tipica dell’autore, portato non solo a rispondere a quante più lettere riusciva, ma anche a rispondere in maniera esaustiva e particolareggiata; in secondo luogo il desiderio dei curatori di evitare la pubblicazione di materiale eccessivamente personale o intimo del Professore, sempre restio a svelare la sua vita privata in pubblico, figuriamoci le lettere private familiari; per terzo, ma non meno importante, il messaggio che si vuole dare. Gli argomenti delle lettere sono i più vari, non tutti parlano del mondo della Terra di Mezzo, molte parlano di questioni editoriali, linguistiche, medievali-anglosassoni, di amicizie e rivalità, di amore e di morte. Una possibilità poteva essere la pubblicazione di più volumi di carattere tematico, in cui raccogliere per caselle argomentative le lettere. La scelta fatta, opposta (e a mio parere, azzeccata e fortunata), è quella di un solo libro, imponente (764 pagine!), in cui non devono emergere gli argomenti trattati, ma la persona che li tratta. Emerge quel John Ronald Reuel che, dalla prima lettera a Edith Bratt, sua futura moglie, scritta a 21 anni nel 1914, all’ultima del 29 Agosto 1973, quattro giorni prima di morire, scritta a sua figlia Priscilla, si mette a nudo in tutta la sua personalità, e parla al lettore italiano del 2018. Gli argomenti sono davvero i più vari, riprendendo la lettera del 26 Novembre 1915 a Edith Bratt, scopriamo come i primi componimenti del legendarium tolkieniano siano strettamente legati non solo alle mitologie e ai poemi norreni e finlandesi (Kalevala sopra tutti), ma anche al dialogo con la donna amata :”Ho scritto a matita una copia di “Kortirion”. […] Ora inizierò un’attenta copia a penna per te, piccola, e te la manderò domani notte, poichè non penso che riuscirò a farne più di una copia a macchina (è così lunga)”. Tolkien attraversa l’inferno della trincea e della Battaglia delle Somme (’16), e proprio nell’ospedale militare in cui è ricoverato per attacchi di febbre, scrive le prime fondamenta del suo mondo, la Caduta di Gondolin e Beren e Lùthien. Tornato alla vita normale, si diploma ed entra come Lettore all’Università di Leeds, dove lavorerà tra il 1920 e il 1925. Qui si troverà molto bene, compiendo i primi studi e le prime pubblicazioni riguardanti i poemi del medioevo anglosassone e incontrando maestri che ricorderà fino al giorno della sua morte. Ma la svolta avviene nel 1825, quando dal 1 Ottobre diventa professore di Anglosassone a Oxford. Qui, tra il ’25 e il ’32 compone lo Hobbit, che sarà letto intero a Lewis nel ’32. Tolkien presta il manoscritto a una suora per alleviarle i giorni della malattia con una lettura allegra, con un imprevisto passaggio di mani il testo giunge a Susan Dagnall (lettera n° 9, del 4 Gennaio 1937), collaboratrice della casa editrice Allen & Unwin. Si iniziarono a intrecciare i rapporti, Tolkien propose anche Mr. Bliss e iniziano le questioni editoriali, su cui Tolkien non molla un centimetro, sempre con grande educazione e compostezza, ma con decisione. È sulle illustrazioni che si infervora:

“Riguardo alle illustrazioni: sono diviso fra la consapevolezza della mia incapacità e il timore di ciò che un artista americano (senza dubbio di ammirevoli capacità) potrebbe realizzare. […] Potrebbe essere opportuno, pur di non perdere l’interesse americano, lasciare che gli americani facciano ciò che ritengono sia meglio per loro, purchè sia possibile (vorrei aggiungere) porre il veto a qualsiasi cosa provenga o sia influenzata dagli studi Disney (per tutte le cui opere provo un sentito ribrezzo).”

 Dalla lettera del 13 Maggio 1937 alla Allen & Unwin. La vita del professore di Anglosassone a Oxford è estremamente impegnativa, si susseguono le più svariate questioni riguardanti lo Hobbit, le sue illustrazioni, le sue edizioni e traduzioni. In mezzo a questa confusione,  il 1 Febbraio 1938, in una lettera alla Allen & Unwin, Tolkien propone silenziosamente di prendersi il disturbo di “leggere il primo capitolo del seguito dello Hobbit”. Qui parte la storia del Signore degli Anelli, che si vedrà pubblicato più di 15 anni dopo. Si susseguono lettere arcinote come la numero 30, del 25 Luglio 1938, alla Rutten & Loening Verlag, in cui Tolkien risponde alla richiesta di pedigree genetico ariano per pubblicare in Germania:

“Temo di non comprendere cosa intendiate per arisch. Non sono di origine ariana, vale a dire indo-iraniana: per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, romanì o dialetti correlati. Ma se devo intendere che vi stiate informando se io abbia origini ebree, posso solo rispondere che mi dispiace, ma sembra che io non abbia antenati di quel popolo dotato.”

Questo ricchissimo epistolario continua, snodandosi tra le centinaia di lettere che appartengono soprattutto al periodo della guerra (1939-1945). Tolkien, riservista e oberato dal lavoro universitario, si trovò obbligato in casa o alla scrivania per gran parte del tempo. Ecco che si affollano le lettere sul procedere, a tratti di corsa a tratti incespicando, del Signore degli Anelli (che continua a crescere fuori dai progetti iniziali dell’autore), scritte in particolare ai figli, Michael ma soprattutto Cristopher, arruolatisi entrambi nella RAF (Royal Air Force). La famosissima lettera a Michael dell’8 Marzo 1941 “riguardo al matrimonio e ai rapporti fra i sessi”, alcune tra le poche lettere rimaste tra Tokien e Lewis, le descrizioni delle riunioni degli Inklings, le opinioni su G.K.Chesterton esposte nell’aerogramma a Christopher del 3 Settembre 1944, la proposta di un volume di racconti e del Signore degli Anelli a Stanley Unwin del 18 Marzo 1945, la sua nomina a professore Merton di Lingua e letteratura inglese dell’11 ottobre 1945, la lettera a Katherin Farrer del 15 Giugno 1948 in cui Tolkien invia materiali del Silmarillion a questa appassionata lettrice (“manoscritti unici”): diciamo che Carpenter e Cristopher hanno raccolto proprio tutto. In queste parti centrali del libro si percepisce a pieno la vitalità e la personalità di questo professore oxoniense che ha (e sta) cambiato il mondo, per lo meno in termini letterari. Le lettere degli anni’50 riguardano in genere il processo editoriale del Signore degli Anelli, lungo e travagliato, che portò alla pubblicazione completa in tre libri tra il 1954 e il 1955. Poi, lunghissime lettere di spiegazione e approfondimento con cui Tolkien rispondeva agli appassionati, che chiedevano chiarimenti, riempimenti di tutti quei vuoti che si percepiscono leggendo il Signore degli Anelli, e che gli danno fascino. Questo sfondo misterioso, che c’è ma non si conosce, risulta uno dei punti di forza dello stile dello opera tolkieniana, rispetto a una tendenza all’esaustività e al dettaglio tipica di molta letteratura fantasy dopo il Signore degli Anelli. Rispondendo, Tolkien stesso approfondisce, capisce, si arrabbia e si commuove. Già in una lettera del febbraio 1956, a Michael Stright, Tolkien dice che il Signore degli Anelli “è stato scritto per divertire (nel senso più alto): per essere leggibile. Nell’opera non c’è alcuna “allegoria” morale, politica o dell’attualità”. Tolkien stringe un legame particolare, fatto di amori e odi, ma sostanziale amicizia, con W.H.Auden, suo ex-alunno, poeta e scrittore di grande fama, che pubblicizza e apprezza le opere del suo vecchio professore. Tra le lettere che più devono aver divertito il professore, quella ricevuta il 18 marzo 1956 da un sig. Sam Gamgee di Brixton Road riveste un ruolo di rilievo. In seguito a molte domande riguardo al presunto fallimento di Frodo, risponde in una lettera a Amy Ronald del 27 Luglio 1956:

“Per caso, ho appena ricevuto un’altra lettera riguardo al fallimento di Frodo. Sembra che ben pochi lo abbiano notato. Ma seguendo la logica del racconto era chiaramente un evento inevitabile. E non è certamente più significativo e reale rispetto a un finale “fiabesco” in cui l’eroe trionfa? È possibile che i buoni, e perfino i santi, siano esposti a un potere malvagio troppo grande per riuscire a vincerlo da soli. In questo caso la causa (non l'”eroe”) ha trionfato, perchè grazie all’esercizio di pietà, misericordia e perdono delle offese si è prodotta una situazione in cui tutto si è sistemato e il disastro è stato evitato. […] Frodo ha meritato tutti gli onori perchè ha speso ogni briciolo della sua forza di volontà e fisica, e ciò è stato sufficiente a portarlo fino al punto destinato, e non oltre. Pochi altri, forse nessun altro nella sua epoca, sarebbero arrivati fin lì. A quel punto prese il controllo l’Altra Forza: lo Scrittore della Storia (e non intendo me stesso) “l’unica Persona sempre presente che non è mai assente e non è mai nominata.”

Si susseguono risposte a critiche più o meno favorevoli, sempre con il suo tipico tono politicamente scorretto e ricco di alto sarcasmo e sottile english humor. Si oppone strenuamente alle prime idee di messa su schermo, in film o cartone che siano dell’opera, e combatte contro qualsiasi persona o gruppo che si avvicini alla sua opera con sgradevoli intenzioni politiche e morali. Avverso alla letteratura secondaria e alla critica, radicato al testo e alla lingua, ritiene un vanto la sua pedanteria e un pregio la sua puntigliosità. Smonta i superbi, che credono di aver capito meglio di lui la sua opera, e asseconda i semplici lettori che scrivono con dubbi, perplessità e richieste elementari. Nel 1959 abbandona l’insegnamento e va in pensione, dopo un discorso di commiato che vale davvero la pena di leggere, pubblicato in Italia nel volume “il Medioevo e il Fantastico” (Bompiani). La sua attività ora si concentra sul suo lavoro principale, la sua passione, i poemi anglosassoni medievali. Lavora all’edizione di Pearl, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, la Battaglia di Maldon, Ancrene Riwle, Christ, Finn and Hengest. Procede il suo lavoro sul Silmarillion e la sua difesa del Signore degli Anelli  (in seguito alla dichiarazione di un critico “L’Anello è in un certo senso “der Nibelungen Ring” risponde “entrambi gli anelli erano rotondi e lì finisce la somiglianza”, lettera 229 del 23 Febbraio 1961). Tokien decide di proporre la pubblicazione della raccolta di poesie “le Avventure di Tom Bombadil sotto stimolo di una zia entusiasta, e compiange l’amico C.S.Lewis, morto il 22 Novembre del 1963. Passando per il composto dolore per la morte della moglie nel 1971, ecco le ultime parole dell’ultima lettera, scritta il 29 Agosto 1973, 4 giorni prima di morire, a Priscilla Tolkien:

“per il momento qui si soffoca, c’è afa e piove, ma le previsioni sono buone”

Un uomo da conoscere, che mai ha voluto negare il dolore e le difficoltà della sua vita, ma che ci è stato di fronte con quello spirito cristiano che lo aveva affascinato da piccolo in sua madre. Questo volume permette di entrare nelle pieghe della vita del professore, di scoprirlo in azione, di vedere come e quanto cammina, di scoprirlo come uomo e non solo come “quello che ha inventato il genere fantasy”. Non può essere stato solo questo. In primis era un padre. Dal suo essere padre,  appassionato filologo, fine linguista, ardente patriota, retrivo conservatore, da queste caratteristiche nasce il Signore degli Anelli. Buona Lettura!

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Giovanni Gomiero

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