Il Dante uomo nella Commedia Divina

Quando l’arroganza di scrivere su questi argomenti senza esserne uno studioso tocca questi livelli, risulta necessaria una premessa, una recusatio di cui Dante stesso è maestro. Non ho pretese scientifiche di critica letteraria, nè la preparazione per difendermi da critiche prevedibili e lecite. Il motore di questo breve testo è il grande amore per Dante e la sua opera e le lezioni di alcuni professori illuminati che, secondo me, più di altri inquadrano la chiave di lettura della Divina. Può essere interessante guardare a questo testo non come al capolavoro letterario, che pur resta, ma come al racconto del percorso umano della vita di Dante? Non all’insuperata prova di maestria poetica, ma alla capacità di raccontarsi in tutti i propri pregi e difetti? Non alle notizie storiche, politiche, teologiche, didattiche, ma al movimento in una realtà (complicata come la nostra) dell’uomo Dante? Se questo vi può interessare, ecco una chiave bellissima per leggere la Commedia. Scoprire, nella lettura diretta del testo, le angosce, le paure, gli amori, le passioni, le scelte e i rimorsi di un uomo esattamente come noi. Capire quanto importante sia l’esperienza, la vita vissuta, la realtà così com’è, di fronte ai nostri pensieri su di essa. Vivere, insieme a Dante, cadendo e commuovendosi con lui, la nostra vita, qui, nel luogo e nella situazione storica in cui viviamo. Propongo quindi di seguito una lettura dei primi 56 versi del Canto 27 del Purgatorio.

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È nel 27 canto del Purgatorio che tutta l’avventura, letteraria e umana, della Divina Commedia, emerge per quello che effettivamente è: la ricerca del volto della persona amata. Poco di più, niente di meno, questa l’essenza del capolavoro dantesco, volto alla continua ricerca di Dio, chiamato appunto “amor che move il sole e l’altre stelle”. L’amore, tema di apertura dell’Inferno con il Canto V, parametro di suddivisione del Purgatorio, principio di movimento e gloria nel Paradiso. Il Canto 27 del Purgatorio è la fine del Purgatorio, l’arrivo, il completamento della missione divina affidata a Virgilio, che non procederà oltre questo canto. Dal Canto 28 siamo già nel Paradiso Terrestre, nel Canto 26 eravamo ancora impegnati con Guido Guinizzelli e i lussuriosi. È precisamente nei primi 56 versi del 27°canto che Dante scopre definitivamente le carte e rivela la causa ultima del suo agire, del suo andare avanti, del suo superare tutte le fatiche, i dubbi e le preoccupazioni. Se qualcuno che sta leggendo ha ancora piacere di credere che Virgilio sia l’allegoria della ragione, e che quest’ultima sia l’unico aiuto che Dante reputa utile prima di passare alla Teologia, ecco che questa credenza, utile solo a livello didattico, verrà meno. L’ambientazione è semplice. Siamo di fronte al muro di fuoco che divide l’ultima balza dalla scalinata che porta al Paradiso Terrestre. È un fuoco assolutamente simbolico, che fa da punto di separazione e tramite tra due mondi, così come la Sfera di Fuoco prima del Cielo della Luna nei primi canti del Paradiso, così come la pioggia di fuoco che non fa avvicinare Dante a Brunetto nel 15° Inferno, così come le mura della città di Dite del canto 8° (“il foco etterno che entro le affoca”). Dante sa che il fuoco è simbolico, Stazio pure, figuriamoci se non lo sa Virgilio. Eppure un dubbio attanaglia Dante (provvisto del suo corpo fisico a differenza dei suoi compagni), di natura meramente pratica: la possibilità di bruciarsi. Tra il verso 20 e il verso 32 Virgilio, mai stato così affabile e fraterno (figluol mio), dice a Dante: 1) ricordati che ti ho portato salvo in groppa a Gerione, figurati se ti inganno ora che siamo vicini al Paradiso 2) credimi, il fuoco non ti brucerebbe neanche un capello in mille anni 3) se non ci credi avvicinati, con le mani o con la veste, e capirai 4) non temere nulla e stai sicuro che andrà bene. Più chiaro di così. È evidente a qualsiasi lettore la ragionevolezza e la bontà delle parole di Virgilio. Non solo ha ragione, ma è ragionevole, chiaro e limpido. Niente di più semplice che credergli in questo frangente. Se effettivamente la ragione rivestisse il ruolo che le viene attribuito per il percorso di Dante, qui non dovrebbero esserci indugi. E invece, in un solo verso, magistrale e memorabile, Dante, ci mostra il suo stato d’animo “ed io pur fermo e contra coscienza.” Eppure io rimasi fermo e contro i suggerimenti della mia stessa coscienza. Virgilio ha ragione, e Dante si fida di lui. La coscienza di Dante, la sua intelligenza, è d’accordo con Virgilio, e Dante si fida della sua coscienza. Ma questo non basta a muoverlo. Sembra assurdo. Evidentemente la limpida e illuminata ragione non basta a muovere il cuore dell’uomo, o perlomeno dell’uomo cristiano Dante. Ma allora cos’è che lo muove? Cosa può muovere il cuore dell’uomo? Questa è la domanda dietro questo indugio di Dante, che altrimenti risulterebbe semplicemente un capriccio momentaneo. Virgilio, “turbato un poco”, capisce. Capisce che non è con le belle parole e la bella retorica che può convincere Dante. Ed ecco cosa gli dice “Or vedi, figlio tra Beatrice e te è questo muro”. Basta. È questo. Nient’altro che questo. Nient’altro che il nome di Beatrice e la possibilità di vederla. Dietro questo muro, che pareva insormontabile, c’è Beatrice. A Dante non serve altro. Si gira, incrocia lo sguardo con Virgilio, e i tre attraversano il fuoco. Mentre attraversano il fuoco, Virgilio, che oramai ha capito come funziona Dante (dopo solo 34 canti dell’inferno e 27 del Purgatorio), rincara confortando Dante (“per confortarmi”), e dice “li occhi suoi [di Beatrice] già veder parmi”. Questo è il motore che permette il passaggio da Purgatorio a Paradiso, che dà compimento al viaggio di Dante, che diventa punto di vista imprescindibile sull’intera Commedia.

Buona lettura!

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Giovanni Gomiero

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