In Nave Sommersa #3 – E SIA COSÌ

 

Quando avrà freddo

portate il mio cuore a Chiavari

C

 

 

 

 

’era una volta un’antica terra ove nasceva la razza delle mule selvagge, i leggendari puledri e purosangue della stessa stirpe che li cavalcava, poiché con essa germinavano, con essa combattevano e la accoglievano in grembo quando con essa nella terra morivano. Stirpe dal cuore forte di Pilèmene e dal cuore piangente le ceneri e gli addii di Troia fumante. Perso, infatti, era ormai Valimar per chi dimorava ad Oriente, in tempi ancor più antichi: partirono, dunque, due popoli su piccole navi senza che le stelle, accecate dal sangue, potessero vedere. Solo udirono lontanamente quel loro triste mormorare al battere dei remi: Namárië!… Namárië!… Fu così che giunsero nella più interna insenatura al di là del Grande Mare, riempiendo le pianure, tra le Montagne e la Laguna, del pazzo risuonare di corsa di galoppi, nel turbinoso polverio solare. Ekupetaris, «signore del cavallo», era il nome dell’uomo, nella lingua folle e triste di quella terra antica.

Nere foglie frementi, le ere passate da allora – quelle foglie troppo verdi trasformate in oro tranquillo che aspetta il vento, nero turbine che le faceva tremare. Sospesamente ascoltava il piccolo poeta sotto le coperte per sentirlo venire ed ascoltava la notte. La sua stanza era una nave sommersa e il suo cuore una voragine nera. La strana tempesta di novembre nitriva e la pioggia discendeva dal cielo con grave abbandono: un nuovo incanto fu per lui giacere al buio, rimanere ad ascoltare, prima che il sonno lo conducesse lontano, dal profondo del mare. Gridava dalle fenditure il vento notturno. Ululava la stanza come una nera forra. Allora, semplicemente, chiuse gli occhi. E si mise a guardare.

L’auto si arrestò davanti alla solitaria rocca che si ergeva come castello splendente, sferzato dal buio vento di pioggia. Iridescenti popoli formicolavano di solito le basse strade all’alzarsi del sole, ma nell’ora antelucana del lunedì giungeva solo, nella fredda bora inaspettata, un canto e delle parole, lontane e semplici, come custodite in un piccolo scrigno ed ora uscite col vento o come potrebbe cantarle un umile grande Santo mentre sta per morire. L’auto intanto spense i fari e lampeggiarono ad intermittenza le quattro frecce. Il Palazzo del Sonno dominava dall’alto e dopo lunghi silenzi si sentì un chiaro richiamo proveniente dalla macchina tesa di luci. Passato l’intervallo di una folata grigia di acqua, si udì un altro richiamo diverso dal primo. Muro di acqua ventosa. Luci rapsodiche. Ancora il primo richiamo. Pausa. Abbacinanti luci pulsanti. Secondo richiamo. Furono in tutto sette per ciascun tipo i richiami che si percepirono uscire dall’auto. Ma nessuno dalle alte stanze rispose. Di colpo s’aprì la portiera pazza di luci nervose e un magro stecco a larghe campate si avviò al citofono. Percosso dal vento ghiacciato, suonò col dito puntuto il campanello. «Arrivano subito», rispose una voce molle e stranamente salda per l’ora, come di Panda sveglio contro natura. L’esile figura di foglia ossuta tornò subito alla portiera, entrò nell’auto e si chiuse all’interno, mentre i vetri cominciava ad appannarsi: e quel «subito» dovette essere abbastanza lungo, se riuscirono ad oscurarsi di una fitta nebbia. Proprio di tra essa, si vedeva venire, dal dentro dei finestrini, un più fitto polverone, basso a terra, come di corpi che rotolassero. E due ombre ingobbite d’animali che gesticolavano in un vocio intrecciato e confuso. Si udirono tremolanti bramiti o meglio bui rugli, nel bruire pluviale, sempre più incombenti. Una sagoma tozza aprì il bagagliaio e scaricò una borsa all’interno, mentre l’altro schizzo slanciato si fiondò alla portiera del sedile anteriore dalla parte del passeggero. Nel mentre la rozza ombra aveva fatto in tempo a chiudere il bagagliaio raggiungendo anch’essa la portiera del sedile posteriore, dallo stesso lato dello slanciato: aprirono in sincrono e si tuffarono dentro, portando aria fredda presto intrappolata nella nebbia. «Scua pe ritado», mangiò le parole quello dietro rivolto al guidatore. «Aaaah…», fece eco l’altro a becco spalancato. Ma senza ricevere risposta, l’auto si mise in moto nel silenzio e partirono.

Il veicolo solcava leggero le onde d’acqua al ritmo di una piccola preghiera – l’Angelus. Il grifo ancora notturno dormiva dietro come in un grembo, cullato dal traffico di camion dai teli agitati e bagnati, e ancora dolcemente in prece, con le zampe pelose ferme sul petto a mezz’aria, prima di congiungersi. Il navigatore a fianco dell’autista era invece in lotta, alle prese con un libro impacchettato da carta regalo – all’inizio ritenuto parte integrante del sedile, in seguito artigliato in modo blando –, con il cellulare di mappe che indicavano la via e soprattutto con l’invincibile sonno che a turno gli faceva piegare e rialzare di botto la palpebra pennuta, il volume misterioso, il cellulare o la testa: come le chiome delle altissime betulle tremano e oscillano alla bufera. Il timoniere ogni tanto ficcava l’occhio a fondo sulle due creature sognanti in quella notte prolungata. E ad un certo punto intonò dentro di sé un canto, forse solo uno straccio strappato, nella lingua triste e folle degli antichi padri, non sentito, né capito dalla coppia gorgogliante:

Amava il re che si tuffò

dalla neve all’abisso buio

aperto sotto la laguna

un regno di lampi dorati

lo vide andandosene in auto

vide terribili corone

verdi sopra ad orridi neri

vide il suo pelo irto d’oro

andarsene in un lampo scuro

Ma dal fondo di sé intonò un altro canto somigliante a una dolce catena che rannodava il fondo cuore al cielo profondo, oltre le nubi stracciate. Lo cantò in modo sommesso, ma udibilmente e si svegliarono a tratti i bizzarri esseri, unendosi al canto e da esso sciogliendosi con le loro voci da orsi e uccelli. Cadde il cellulare e la betulla ballerina aprì il becco in un: «Aaaah…»; ricadde la testa ciondoloni, senza sguardo. Il tempo era davvero impazzito quel giorno e le dolci schiene degli Appennini divennero improvvisamente bianche, intatte, senza neppure un’orma. Ma fu un attimo. L’attimo dopo nulla era più simile a prima. Solo il vento rimaneva e spazzava ogni fragile cosa e la trasformava.

 

RaccontoEma1

 

Fu forse il vento a farli approdare fra le palazzine liberty a pochi passi dal mare – immensamente il mare il quale forse, non visto, correva verso la terra e l’urlo dai monti, abbattendo, gridando, frantumando. L’uomo-foglia girò la chiave: lo slanciato lo guardò con i suoi occhi grandissimi, porgendogli il libro. «È per il tuo compleanno», disse la foglia ossuta. Gli occhi piumati si dilatarono e chiosarono: «Aaaah…». La mano col libro si ritrasse allora in grembo e la seguirono gli occhi lenti, ancora assonati, che si diressero alla carta regalo, ne presero il colore dorato e la aprirono. Era un libro di poesie che sulla copertina aveva un volto dipinto di rosa e arancio, ventoso, trafitto da due abissi profondi. Aprì la copertina e lesse la dedica in silenzio:

Giovane Merlo

Chen Chu-shih furbo amico

Cavernoso e inumano uno sbadiglio interruppe da dietro. La foglia e la betulla si girarono atterriti e videro quell’essere stiracchiarsi nel sedile scavato a giaciglio, come un nido, tra fronde fosche, rami nodosi involti e stecchi di tosco. «È jà marso?». I plantigadri infatti vanno in ibernazione fino a marzo. «Aaaah…», rispose l’albero piumato trattenendo il riso sciocco. Furioso l’ossuto fece una frusta di cordicelle e scacciò quella sottospecie vegetale di merlo e quella criptospecie rozza di orso fuori dalla vettura, sotto lo sguardo attento della facciata di una chiesa. I due scesero dall’auto, lo slanciato saltellando e il tozzo al trotto, mentre l’osso puntò ancora il dito, finché soddisfatto si scalzò delle scarpe per calzarne un paio di mora pelle intarsiata, quelle dei matrimoni, di Natale e di Pasqua. Il duo incalzato dal magro mosse dunque al vicino bar oltre la strada ventosa.

Il terzetto sonante uscì poco dopo, oltrepassò la strada e si cacciò nell’intrico di caruggi. Il longilineo merlo dovette più volte abbassare la testa e schivare gli archi dei portici che passavano velocemente, inseguendo la foglia volante e inseguito dalle fauci ansimanti. Al fianco di un sagrato, furono fermati da due enormi guardie infreddolite: agitatissime  bandiere ai due lati di una porta. L’ossuto allora puntò il dito affondando nel campanello e la porta si aprì. «A destra. La scala». Entrò con tanto di codone e svoltò repente: il palazzo sussultava dal profondo per il rombo del vento e la vertiginosa scalea si ergeva grigia e scura. Salirono. All’ultimo gradino apparve d’oro inflessibile una delle Dora Milaje: «Quid quaeritis?». La foglia fece un inchino accennato e disse: «Sono un piccolo poeta delle terre antiche dei cavalli furiosi, ove scorrono fiumi di Prosecco a iosa, e questi», indicò ardente l’affannato strascico, «sono conterranei, anche se provenienti da Caradhras Crudele: la loro lingua è oscura come il terribile Mazarol:

lì davanti a quei piedi

che indietro guardano

lasciando delle orme

che a seguire costringono.

Pochi resistono al temibile suono del Bellumat!», gridò sfavillando con le braccia alzate. «In poche parole», smorzò subito ricomposto, «si presenteranno da sé». Allungò il collo di piume lo spilungone e ingrandì gli occhi – tutti lo guardarono ammirati. Nel gozzo tratteneva qualcosa. Era lì in procinto di uscire. Ci fu una tensione silenziosa. Poi, deciso e icastico, il becco s’aprì: «Aaaah…». Il pugno d’ossa lo colpì al braccio e riprese la parola: «Il qui presente volatile oblungo è chiamato nella sua terra Merlo Giovane». Lo fulminò con lo sguardo e si voltò inchinandosi leggermente verso la Dora impassibile: «Può vantare una nonna nobile e per giunta…», gli si inumidirono gli occhi, «…per giunta poetessa. Nonché uno zio artista che previene le cadute di marmellate, spalmandosele preventivamente sugli abiti…». «Aaargh!… Gurgle!… Argh!», barbugliò il monte setoloso, piombando con uno zompo al penultimo gradino. Continuava a ringhiare anche quando si sentì sollevare da terra dalla collottola e i suoi ringhi parevano ghigni singhiozzanti e soffocati. Le falangi ad uncino dell’indice e del pollice del piccolo poeta lo avevano infatti agganciato e presto lo portarono col grugno davanti al suo scarno viso. L’animale volle sfidare l’uomo ancora, ma scappò dalle zanne soltanto: «Miao!». «Questa, invece, è una creatura tremenda», seguitò l’ossuto senza staccare gli occhi dall’essere tozzo, «solitaria e schiva, opportunista alimentare e generale e – ahimè! – affetta da iperfagia. Ma, cosa peggiore, non è un purosangue, perché per metà è furlàn». Mi fermo. Per capire davvero cosa sia un furlàn, occorre rivolgersi alla saggezza dell’antica terra dei cavalli, nella persona autorevole che è la nonna di chi scrive. Il furlàn è il friulano, ma la parola, in tale significato profondo, non può essere disgiunta dal vizio che indica. Ecco cosa afferma la sapiente sarta patavina fuori le mura:

Un furlàn sarìa quei che vièn dàea montagna. I furlàni, da montagna a vèndere ea roba qua, faxèva tanta strada a piè, portava ea roba qua e sabato i gèra in Prà dea Vàe e… dopo vegnìva anca a casa nostra i furlàni a dormire, perché gavèva ea roba da vèndare, no?, e ora vegnèva in tesa a dormire perché c’era el fen… per andare al Prà dea Vàe a vèndare… i gavèva de tuto, i gavèva, peta, i gavèva cucchiai, tuta roba de legno fata a mano, tute… i scuglièri, tuta ea roba fata a mano. […] “Magnemo uncò el pan tuo e domàn el mio”: ièra furbi! “Te sì un furlàn ti!”… Domàn lu ièra via e intanto no te magnàvi più pan! Ghèto capìo? Ièra tirchi!

A proposito dei montanari, ho potuto altresì raccogliere dalla viva voce della savia novantenne un’altra importante rivelazione su due ragazzini del quartiere, vissuti quando i suoi figli erano ancora piccoli:

Ghe gèra do tosi grossi che ghe dava a tutti… do buldò… proprio dei bastardi… ièra montanari…

Non furono mai proferite parole più chiare. Continuo. «Ma, cosa peggiore, non è un purosangue, perché per metà è furlàn. Pur riempiendo le buie terre di Belun delle sue orme… Gli abitanti lì lo chiamano: l’Orso Stronzo». Saettarono d’acciaio due colpi sul gradino che riportarono il silenzio: la Dora imperterrita li batté con l’asta lucente. Quindi domandò: «Quid quaeritis?». E la scalea si riempì di quella domanda – fredda conchiglia marina riempita dal fuoco del fonditore. Il piccolo poeta, schermo al Merlo e all’Orso finiti dietro di lui, in tono sommesso soffiò: «La Stanza Sorvegliata e Severa dove tutto è per sempre; la Stanza Severa che non consente fuga, ma tutto è per sempre». Ancora s’impose il silenzio. La Dora allora li fissò a lungo, poi rispose: «Circumda tibi vestimentum tuum et sequere me!». Il terzetto prese a seguirla, folgorante nella notte interna del palazzo ventoso, ma come in sogno. Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduceva alla Stanza; la porta si aprì da sé davanti a loro. La Dora si mise in disparte. Oltra la soglia, il buio.

Biancheggiava sul tavolo una busta tutta scritta. Da un lato, una spada la trafiggeva:

E sia così.

Passarono delle ore prima che scendessero rapidi la scalea della Torre inspirata dal vento. Fuori la campane suonavano vorticose la piccola preghiera dell’Angelus che correva dividendosi e incontrandosi di nuovo per i caruggi. La recitarono camminando. Un poco saltando alla maniera dei merli e un poco trottando e un poco conquistando il terreno al modo dei soldati.

 

RaccontoEma2

 

Gli improbabili moschettieri, percossi dal vento, si diressero all’auto e solo lì capirono che l’appuntamento del primo pomeriggio doveva essere preceduto da un pranzo adeguato: perciò andarono indefessi a caccia di mulini, non per debellare draghi, ma per foraggiarne il prezioso grano. Insomma occuparono l’angolo di un panificio che sfornava ettari di focacce. Le porte di vetro si aprivano e chiudevano facendo entrare folate ghiacciate e ominidi dalla lingua incomprensibile, molto simile al mandarino. E ad ogni apertura e chiusura l’Orso Stronzo si alzava a chiedere un’altra cubatura di focaccia con l’affinata delicatezza: «Aaargh!… Gurgle!… Argh!… Burp!». Eppure, come spesso accade, le lingue opposte finiscono per comprendersi. E sempre fra le zampe riportava all’angolo nastri unti di focaccia. Il piccolo poeta cercava di calmare il Merlo e l’Orso, perfino con minacce fisiche e l’indice puntato, ma, come disse un certo altro poeta, «più che ‘l dolor potè il digiuno». Sia quello di cibo che quello di parole, se parole potevano chiamarsi gli «Aaaah…» e gli «Argh» che andavano affastellandosi e rimbombando nell’ormai cavernosa panetteria. I guai ridacchianti ad ogni invernale ominide entrante e il rumoroso rifocillarsi dall’angolo buio divennero sempre più bassi, forti e cupi, rimbalzavano selvaggi sulle pareti e crescevano senza ritegno adiposi d’olio: quando giunsero ad avere vita e pancia propria e cominciarono ad incrinare i vetri pazzi che si aprivano e chiudevano in turbini d’aria calda e fredda, il terzetto dovette fuggire, minacciato dai non molto orientali improperi dei bianchi panettieri.

L’auto fu un rifugio sicuro, sotto gli occhi ridenti della facciata della chiesa. Il Merlo rimase col becco a pozzo ansimante, l’Orso sbuffava nel ravvivare il suo nido e lo spigoloso poeta provato domandò: «Andiamo?». La risposta non venne: già i due, sebbene affannati, stavano giocando a «Cosa sto pensando?» tra convulse risa. Indicavano con zampe e artigli cose e passanti. «Coa o peando?», masticava l’Orso. Il Merlo pigliava mosche: «Aaaah…». Scrosci di sganasciate. Non si fermavano. Ossessivamente continuavano l’infantile palleggiare in una spirale di demenza. Sennonché il veicolo partì di botto sotto il piede da WRC del piccolo poeta ardente. Nessuna meta, se non il brivido. Il Merlo volò in bocca all’Orso che cercava di allacciarsi la cintura sfilacciata tra i rami della tana. Intanto, con le piume tra i denti, cercava pure di latrare qualcosa contro il guidatore senza risultato. Il poeta non si fermava. Aveva un fuoco dentro e tutto doveva bruciare.

E l’angelo partì da lei

 

Fine prima parte

 

Emanuele Giraldo

(13.11.2017 – 14.11.2017 – 19.11.2017 -) 06.01.2018 Epifania del Signore – 26.02.2018 Nascita al Cielo di Elena Bono – 08.04.2018 Festa della Divina Misericordia – 09.04.2018 Annunciazione

 

 

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