Sotto un unico cielo

“[…] diciamo subito che cos’è la bellezza dei corpi. E’ una qualità che diventa sensibile sin dalla prima impressione; attraverso l’intuizione l’anima la percepisce, la riconosce e l’accoglie in sé, plasmandosi in qualche modo su di essa. Quando invece ha l’intuizione di una cosa brutta, l’anima si agita e la rifiuta, respingendola come cosa che non si accorda con lei e che le è estranea.”

Enneadi I,6 Plotino

 

Quando mi chiedono di consigliare un bel film, rimango spesso interdetto. Il più delle volte infatti non è scontato che il film che io considero bello sia bello anche per qualcun altro. Ad alcuni può non piacere il genere, il particolare attore o la trama. Il pensiero liberista, che oggi domina nella nostra società, ci insegna che è bello ciò che piace, pertanto il giudizio che io posso dare su qualsiasi cosa è sempre e solo soggettivo, può diventare al massimo inter-soggettivo se condivido una certa categoria di valori con altri individui, ma la pretesa di un giudizio oggettivo sembra di fatto impossibile. 

Plotino invece afferma l’esatto contrario, la bellezza è una qualità dei corpi ed è perfettamente intellegibile (“l’anima la percepisce” attraverso un’intuizione). Se questa qualità è “sensibile fin dalla prima impressione” significa che non c’è scarto tra l’oggetto e il soggetto perchè l’atto dell’intuizione è istantaneo, si tratta infatti di una conoscenza immediata cioè non mediata da calcoli ed osservazioni come la conoscenza deduttiva o induttiva. 

Plotino potrebbe avere ragione, se non fosse che la realtà dei fatti confuta in parte la sua tesi. Come dicevo all’inizio è improbabile che ogni cosa da me giudicata bella sia bella anche per un altro, questo tuttavia non inficia la teoria plotiniana secondo cui la bellezza è una qualità di un corpo ma piuttosto mette in crisi l’idea che per riconoscerla sia necessario un processo intuitivo. La bellezza può non essere intuitiva, è necessaria un’educazione alla bellezza. Come in ogni cosa, è necessario esperire più e più volte per affinare la sensibilità al bello o al buono. Vi faccio un esempio. Se inizio a bere del tè con cadenza giornaliera, mi accorgerò pian piano che assumerà un gusto diverso a seconda della temperatura dell’acqua e del tempo di infusione, bene presto vorrò scoprire altri gusti oltre al tè nero. Un giorno quindi proverò ad acquistare una confezione di tè verde in bustine e probabilmente all’inizio mi sembrerà null’altro che acqua calda, ma la settimana successiva comincerò a riconoscere alcuni sapori che prima non percepivo (il gusto erbaceo). A questo punto mi sentirò abbastanza pronto da entrare in un negozio di tè  e infusi specializzato scoprendo che in realtà ero tutt’altro che preparato. Di fronte me si spalancano infiniti tipi di tè aromatizzati e non. Nè proverò alcuni e poi altri ancora, fino a comprendere che in realtà i tipi di tè sono sostanzialmente quattro: tè neri, tè verdi, Oolong e tè bianchi. Sono in grado ora di riconosce un tipo particolare di tè solo dall’olfatto e dal gusto che lascia in bocca. Mi spingo però ancora oltre, voglio sentire lo spirito del tè, così mi ritrovo in una boutique più piccola del precedente negozio, ma la ragazza che vende il tè ne sa un’infinità: ha addirittura scritto una tesi sul tè. Mi faccio consigliare alcuni tè e scopro con gioia che il mio preferito è un particolare tipo di Oolong lo Yulan Xiang della regione di Phoneix in Cina che sprigiona tutta la sua peculiare fragranza di magnolia alla temperatura di 85° per un tempo di infusione di due minuti e mezzo. Ora tornare alla bustina di tè nero della Lipton mi sembrerà un affronto, ma solo qualche tempo prima non riconoscevo un tè nero da un tè verde, e in ultima analisi non conoscevo nemmeno la bontà stessa del tè. Il percorso che ho compiuto è tutt’altro che intuitivo, è solo attraverso l’esperienza che ho affinato la mia sensibilità a riconoscere la bellezza e la bontà del tè.

Così come accade per il tè tutto ciò avviene anche per il vino, l’arte e per i film. Qui di seguito vi citerò pertanto cinque film che possono aiutare a formare questa sensibilità estetica.

 

  1. Russian Ark

Film del 2002 diretto da Aleksandr Sokurov. La particolarità di questo film è di essere un unico piano sequenza (la telecamera non compie mai uno stacco della ripresa). Si tratta di una tecnica difficile da realizzare soprattutto quando entrano in gioco circa 4500 persone, tra attori, comparse e orchestre che devono essere perfettamente sincronizzati e dove sbagliare significa ricominciare tutto dal principio. Il film è stato girato all’interno del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo e racconta la storia russa che va da Pietro il Grande fino a giorni nostri. Sono stati necessari quattro tentativi prima di riuscire ad effettuare completamente le riprese di quello che rimane, ad oggi, il più grande esperimento cinematografico mai tentato.

Russian

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2. Il conformista

Film del 1970 del regista italiano Bernardo Bertolucci. Il protagonista Marcello Clerici è un conformista, si conforma prima all’Italia fascista, facendo la spia, e poi alla società post-fascista. La pellicola mostra la consapevolezza stilistica a cui è ormai giunto Bertolucci che solo due anni più tardi produrrà un altro famoso capolavoro “Ultimo tango a Parigi”. La scena madre del film mostra un dialogo tra il professor Quadri, il maestro di Clerici, e Clerici stesso. Quadri e Clerici stanno parlando del mito della caverna di Platone, il racconto si riflette sulla messa in scena: un fascio di luce proveniente dalla finestra dello studio lascia intravede le due figure che discutono, il gioco di luci ed ombre che ne deriva ricorda le opere di Caravaggio.

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La scena madre del film sembra il quadro della Vocazione di San Matteo del Caravaggio
Il-conformista
Altra scena spettacolare è l’arrivo del protagonista all’EUR. L’attenzione dello spettatore viene concentrata al centro della scena per seguire lo scambio di battute tra i due personaggi non con dei primi piani ma creando un vuoto attorno alle due figure che rimangono isolate al centro

 

3.  Hotel Chevalier

Hotel Chevalier è un corto che si lega al film Il treno per il Darjeeling diretto da Wes Anderson, ed è probabilmente la sintesi artistica di questo regista. Ritroviamo qui infatti i colori pastello abbinati ad un sapiente uso della camera fissa. Quello che probabilmente non si nota immediatamente è la costante e maniacale ricerca di equilibrio in ogni scena che rende tutti i film di questo registra un’opera d’arte in movimento. Le due scene riportate qui sotto fanno parte di un dialogo tra Natalie Portman e Jason Schwartzman, il rapporto di forze e la ricerca di equilibrio è ben visibile.

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La scena sebbene perfettamente divisa a metà, sembra perdere equilibrio a causa della figura di Natalie Portman spostata sulla destra
Hotel2
Questo fotogramma è successivo a quello in cui c’è Natalie Portman. Qui viene riequilibrata dunque la scena precedente con il peso spostato sulla sinistra dalla figura di Jason Schwartzman

 

4. Hero

In questo film di Zhang Yimou del 2002 a farla da padrone è il colore. La trama è semplice: un eroe è chiamato a difendere il popolo dai soprusi di un tiranno. La storia si suddivide in vari episodi in cui a farla da padrone è un colore, nel senso che in ogni scena di quel particolare episodio il colore predominante sarà il blu piuttosto che l’arancio o il grigio. I combattimenti, i dialoghi e tutto ciò che avviene in una scena viene filtrata dal colore di rifermento creando una serie di quadri di rara bellezza. Ad ogni colore è associata naturalmente un’emozione o una sensazione, così il combattimento tra due figure femminili vestite di rosso in un bosco dal colore arancio autunnale descrive amore e gelosia, il verde prevale in una scena di ricordo del protagonista, il blu è la malinconia, il grigio e il nero sono associati al tiranno.

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5. Samsara

Film diretto da Ron Fricke uscito nel 2011. In questa pellicola non ci sono dialoghi e non c’è nemmeno una trama. Il film è di fatto un documentario, ma al contrario dei soliti documentari qui non c’è la voce narrante, siamo noi, noi spettatori la voce narrante. Siamo noi ad interpretare immagini e suoni e ad intuire i legami tra una scena e l’altra attraverso processi metonimici diversi da persona a persona. Le scene infatti sono le più varie, da una danza tradizionale balinese al gioco di luci all’interno della Basilica di San Pietro in Vaticano, da una catena di produzione in Cina al turbinoso vortice di fedeli che ruotano attorno alla Kaaba (vengono mostrati più di 100 luoghi in 25 paesi diversi). Si vive un’esperienza di totale spaesamento, è l’apoteosi della forma e della perfezione visiva. L’assenza di dialoghi e la qualità della fotografia rende questo film una vera opera d’arte. La storia, la sceneggiatura, la recitazione sono superflue, il mondo stesso è il palcoscenico e chiunque è degno di farne parte. Archetipi, tabù, miti si incontrano in un susseguirsi di scene e time lapse come in un stream of consciousness.

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Fabio Darici

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