Stralci da un libro mai scritto su “I Miserabili”

Li chiamo “progetti a lungo termine”. Quelle attività che forse mai riuscirò a fare, quelle idee apparentemente geniali, quelle intuizioni sagaci che ho messo in disparte e che ora stanno lì, sul ciglio della mente a fissare, come vecchietti curiosi, il cantiere senza fine dei miei ragionamenti. Non hanno impegni, fanno compagnia, mi pare sappiano aspettare. Tra i più importanti, subito dopo “dipingere Peppa Pig con il Burqa” c’è “Scrivere un saggio su I Miserabili”, attività al limite della follia che mi permetto tuttavia di anticipare malamente ai lettori di Pixidis per pura affezione e un discreto tempo libero.

L’abbozzo della bozza che vado a propinarvi si intitolerà una cosa come “L’edificio narrativo” e vorrebbe in qualche modo difendere l’integrità e la complessità di un testo, quello in questione, non sempre e non del tutto serenamente accettato dai più. Si perché diciamolo, se sono in pochi ad aver letto davvero I Miserabili, molti tra quelli che lo hanno fatto spesso si lamentano più o meno calorosamente per quelli che ritengono degli inutili e faticosi excursus storico-delucidativi. Penso alle pagine iniziali su Bienvenu, a quelle sul campo di Waterloo, sulla struttura delle fogne di Parigi… Alcuni autorevoli critici e saggisti hanno osato addirittura proporre una spregiudicata divisione tra quello che ritengono il vero corpus narrativo e le “aggiunte” didascaliche di Hugo. Ecco io difenderei volentieri invece, aggressivamente, furiosamente e donchisciottamente, la precisa, accurata e ponderata strategia narrativa intrapresa dall’Autore. Questa sua sorta di meccanismo, questa precisa architettura testuale, certo faticosa, ma assolutamente necessaria. Talmente necessaria che quando si provi ad eclissarla (vedasi molti adattamenti teatrali/televisivi che per forza di cose devono “tagliare” un testo sesquipedale), gran parte di quello che potremmo definire “potere del testo” o “effetto poetico” o “gradiente evocativo”, viene a perdersi inesorabilmente.

Certo, Hugo costruisce un intero edificio solo per farci vedere il buco della serratura, eppure questa fatica (di chi ha scritto come di chi legge) rimane l’unica chiave di lettura i grado di consegnarci l’avvenimento epifanico e com-movente dell’intero romanzo.

 

Victor_Hugo-Hunchback

 

L’immane lavoro testuale, di ambientazione, di localizzazione, che Hugo compie, in effetti, elabora e costruisce un solido palazzo argomentativo che termina regolarmente con un decisivo e delicato dettaglio. È una dinamica prevalentemente binomiale la sua: storicità/immanenza, contenente/contenuto, norma/anomalia, antichità/novità, copiosamente sbilanciata quantitativamente a favore del primo elemento per far emergere la qualità del secondo. Ne deriva una sorta di narratologia convergente (e non, come potrebbe sembrare a primo acchito, divergente). Narratologia certo esigente dal punto di vista attentivo, eppure estremamente potente (poiché lo scrittore costituisce un testo che costringe il lettore a seguirlo attraverso il dipanarsi del suo stesso compimento). Ogni singolo lemma svolge un preciso compito in questa bizzarra ed esagerata architettura “ad usum fabricae” in stile tardo gotico. Una conformazione che, con fantasioso parallelismo, concede la stessa piacevole sensazione del “puzzle”: delinea un perimetro, aggrega pian piano frammenti, e infine posa, con laconica soddisfazione, l’ultimo pezzo mancante. Il pezzo mancante che in Hugo è quasi sempre un gesto, un evento, talmente effimero da risultare determinante. Un gesto che esponendosi al rischio del suo stesso accadere, nel suo essere transeunte (cosa?) fa deragliare la Storia, dirotta gli eventi. Così, senza la trentina di pagine su Waterloo, il gesto (così subdolo, leggero e aureo) di Thénardier perde vigore, non ha fondamenta, non si carica di tutta la misteriosa unicità circostanziale e fattuale che lo caratterizza.

Senza procedere oltre, in questa che pare (come da immagine premessa nella metafora dei vecchietti) una zona articolistica da “addetti ai lavori”, occorre forse più di mille altri esempi ne I Miserabili, rimandare ad un caso esemplare scritto dall’autore una trentina di anni prima: l’ultimo capitolo di Notre Dame de Paris, “Il matrimonio di Quasimodo”.  Questa straordinaria apoteosi della struttura convergente è sintomatica di un modulo poetico-argomentativo radicato e radicale in Victo Hugo: un modus scribendi intimo e profondamente personale che accompagna l’autore dalla giovinezza alla maturità. Le ultime pagine di una storia d’amore struggente e disperata, come lo è quella tra Esmeralda e Quasimodo, terminano infatti in un soffio, con un tocco lieve di una mano su degli scheletri biancastri solo dopo l’analisi dettagliata dei sotterranei di Montfaucon (con tanto di citazioni autorevoli e delucidazioni architettoniche). 

 

Emile_Bayard_-_Cosette

 

Ecco, certamente come pseudo-esegesi narrato-tecnica non sarà un gran che, ma, come anticipavo ai miei affezionati sette lettori, questo breve articolo non è altro che il benaugurante anticipo di un lavoro a lungo termine che andrà affinato, inseguito e perseguito con la stessa autentica passione con la quale Gargamella desiderava acciuffare i Puffi (forse non l’esempio più autorevole ma certo quello più attinente alla posticipazione costante di una riuscita conclusiva). 

Il vero scopo imminente dello scritto è forse, perciò, narcisisticamente autoreferenziale se non spegiudicatamente universale: dare al testo letterario il valore assoluto che esso ha, nella sua interezza, sempre e comunque. Dare all’autore la fiducia che pregiudizievolmente merita, in qualunque caso. Suscitare o re-suscitare un interesse, quello per il testo dei I Miserabili, spesso mutilato dall’impazienza di noi lettori fugaci o sostituito da meritevoli ma in fondo estranei rifacimenti. 

Giovanni Scarpa

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