La presa del dito Wuxi

Che episodi marginali della cultura nostrana e forestiera costituiscano non solo di per se stessi un prezioso contributo al genere umano ma possano generare o alimentare un particolare interesse verso ambiti del pensiero difficili da esplorare o per lo meno poco battuti, credo lo abbia già egregiamente dimostrato anni or sono il breve saggio di Umberto Eco sui Puffi.

Forse è questa, almeno lo spero, la ragione per cui le cazzate esercitano una così potente attrazione sulla mia corteccia prefrontale. E quella di questo breve scritto in particolare, la “presa del dito Wuxi”, avanza la suggestiva pretesa di schiudere in un solo decisivo colpo il vecchio portone in legno e oro del mondo Zen. 

Ora la segreta mossa pseudo-shaolin padroneggiata da Po, che darò per assodata nella sua attuazione fenomenologica, era stata già da tempo relegata nella grande e caotica stanza delle “cose che non capisco” dopo le plurime visioni ipercritiche di Kung Fu Panda, le diverse analisi di testi ormai introvabili o costosissimi come The Art of Kung Fu Panda e le inconcludenti ricerche sulla prefettura cinese di Wuxi; fin quando non mi si è lucidamente chiarificata, se così si può dire, durante la lettura di un testo bizzarro che rappresenta per certi versi l’ultima fatica critica del grande Teitarō Suzuki: l’introduzione ai disegni a china del maestro giapponese Gibon Sengai edito per quelli di Guanda. 

 

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Due stralci relativi all’aneddotica Zen in particolare, che senza dubbio rovinerò, stipulano in maniera molto limpida e diretta dei nessi risolutivi col gesto kungfupandiano:

  1. C’è un episodio ben documentato che accadde a un discepolo del maestro Rinzai. Una volta Jō il Vecchio avvicinò Rinzai e gli chiese: “Qual è la natura dell’insegnamento del Buddha?”. Rinzai, lasciando il proprio seggio, si avvicinò al monaco, lo bloccò, lo schiaffeggiò e poi lo lasciò andare.  
  1. Il maestro Zen Gutei Oshō vissuto nella seconda metà del nono secolo rispondeva a qualsiasi domanda gli venisse posta alzando un dito. In punto di morte, Gutei disse ai suoi discepoli: “Da quando ho colto il senso del dito di Tenryu, in tutta la mia vita non sono mai riuscito a esaurirne completamente il significato. Volete sapere cos’è?”. Così dicendo alzò un dito e scomparve. 

In questi, come in molti altri racconti, il “gesto”, inteso come elemento drastico e anticonvenzionale totalmente avulso da un qualsiasi panorama semantico-linguistico, giunge alla conquista di un terreno spirituale capace ti favorire un reale “distacco” nell’allievo dalle cose terrene. Questa metodologia, che rappresenta senza ombra di dubbio un non piccolo scandalo nella filosofia occidentale, sembra prevedere quello che in ambito linguistico-semiotico rappresenta un clamoroso squilibrio tra sfera denotativa e connotativa a vantaggio di quest’ultima. Nel senso, cioè, che la “mossa” in questione non tende a rappresentare nient’altro che se stessa descrivendo un processo che da A giunge ad A. Processo se non a-logico quantomeno ana-logico nella sua etimologia prima: il linguaggio non delega la sua realizzazione o evocazione ad un significato precostituito cui giungere, ma permane, facendolo risplendere, in quello che gli occidentali chiamerebbero “significante”. 

 

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Da questo punto di vista lo schiaffo, il pugno, il dito, la bastonata, rappresentano una sorta di arma comunicativa mai traducibile o comprensibile a cui si adduce senza ombra di dubbio la caratteristica autoironia onnipresente negli insegnamenti dei gradi maestri orientali (che smussa o per meglio dire riduce a zero l’apparente spigolosità di un tale movimento del pensiero). 

La presa del dito Wuxi descrive, suppongo, un cortocircuito cerebrale simile, trasponendo in maniera più incisiva nell’ambito delle arti marziali quello che costituiva il vertice della didattica Zen. 

Se il tutto sia infine riconducibile a un cosiddetto non-sense, mi pare riduttivo e allo stesso tempo affascinante considerato il fatto che storicamente questa pratica costituisce una delle radici più pure e originarie di tutta una disciplina. 

Suppongo, a questo punto del discorso, che una strana delusione serpeggi nei lettori. Delusione che non cercherò in alcun modo di ostacolare, ma che distruggerò in un attimo attraverso l’utilizzo di una potentissima formula: “Skadoosh”!

Giovanni Scarpa

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