La mia ossessione per gli Slipknot

Sarò sincero.
Ho cominciato questo articolo con l’intenzione di scrivere una recensione di We Are Not Your Kind, l’ultimo lavoro in studio degli Slipknot – il sesto – uscito il 9 agosto dello scorso anno.

Troppi erano però gli spunti e i riferimenti che mi venivano in mente tra i vari album che hanno preceduto questo, perciò alla fine ho deciso che avrei invece scritto una mia personalissima guida per neofiti a uno dei gruppi che più hanno segnato la mia esistenza dalla tarda adolescenza in avanti, quando diciottenne trovai su YouTube la versione live di Wait and Bleed contenuta nel live DVD Disasterpieces, che raccoglie la performance dei nove mascherati alla O2 Arena di Londra nel 2002, durante il tour promozionale del loro secondo album, Iowa (potete gustarvela qui: Slipknot – Wait And Bleed (Live in London Arena 2002)).

All’epoca il sottoscritto era nel pieno del suo periodo power/epic/symphonic metal, e se rivado con la memoria a quel periodo verso la fine dei miei anni liceali, mi rendo conto che un’esperienza simile mi era capitata qualche tempo prima, quando scoprii quello che – sempre in ambito metal, ma lontano anni luce dalla proposta musicale della band di cui stiamo parlando – sarebbe stato il mio grande amore musicale tra i diciotto e i ventitre anni circa, ovvero i Blind Guardian. L’impatto con la musica degli Slipknot fu quindi devastante e felicissimo allo stesso tempo: indossavano maschere ispirate al cinema horror americano, avevano ben nove (!) componenti, compresi due percussionisti, un dj e un tizio con la maschera di Hellraiser che non capivo esattamente di cosa si occupasse se non di pigiare dei tasti e scapocchiare sul palco, ed esprimevano una rabbia primordiale, atavica, assoluta (con somma gioia per le mie orecchie).

Fu un colpo di fulmine (gli unici colpi di fulmine della mia vita che abbiano portato a qualcosa di felice sono musicali), e da lì cominciò un viaggio di approfondimento che ad oggi non è ancora terminato.

Gli Slipknot sono una creatura nata nel Midwest degli Stati Uniti d’America un venticinque anni orsono, precisamente a Des Moines, Iowa, fondamentalmente una zona rurale degli States in cui non c’è un cazzo. Con la prima formazione pubblicano una demo ormai storica dal titolo Mate.Feed.Kill.Repeat (MFKR). Successivamente, catturata l’attenzione delle major, convinte dall’ingresso del più versatile Corey Taylor al posto del massiccio Anders Colsefni, e portata la formazione a nove elementi (non proprio comune per un complesso musicale odierno) pubblicano l’omonimo album nel 1999. Vediamo quindi, uno per uno, i sei album pubblicati tra il 1999 e il 2019.

Slipknot (1999)

Slipknot vendette tantissimo, trainato da brani che tuttora non mancano nella setlist dei loro live (immancabili (SIC), Eyeless,Wait and Bleed, Spit It Out) e ci mette poco a fare breccia nel cuore degli adolescenti incazzati di tutto il mondo. A distanza di anni, e con qualche esperienza in più nell’ascolto di metal estremo, a livello di estremità e violenza musicale, basato fondamentalmente su un crossover di death metal e hip hop, che non poteva trovare momento migliore per irrompere sul mercato musicale, segnato pesantemente dal nu metal di Korn, Deftones, Limp Bizkit, Linkin Park e compagnia cantante.

Iowa (2001)

Il gruppo ha poi proseguito con una svolta brutal death nel secondo album, il tanto discusso Iowa, che la critica puritana ha accusato di satanismo (c’è un caprone in copertina, ma vabbè), e la critica interna alla scena ha accusato di commercialata ostentante una simbologia luciferina per vendere di più. Ad ogni modo, il disco è praticamente perfetto, anche se può destabilizzare l’accelerata su sonorità death metal e groove (per capire di cosa sto parlando, andate a recuperare su YouTube il già citato live video Disasterpieces, che raccoglie la perfomance dei nove sul palco della 02 Arena di Londra nel 2002). Non segnalo nessun brano nello specifico, ma andate ad ascoltarvi People=Shit, Disasterpiece, The Heretic Anthem, My Plague, Everything Ends, Skin Ticket e Metabolic.

Vol. 3 – The Subliminal Verses (2004)

Quello che a mio parere è il vero capolavoro degli Slipknot arriva a distanza di tre anni dal precedente, e si intitola Vol. 3 – The Subliminal Verses (non ho mai capito il riferimento a messaggi subliminali…). Rispetto ai due album precedenti c’è un netto abbandono dell’influenza death metal, della furia slayeriana, e un’attenzione compositiva maggiore: compaiono finalmente gli assoli di chitarra – una rarità in contesto nu metal – ed anche alcune ballate con la chitarra acustica, riflessive e romantiche. Se dovesse decidere di accostarvi alla musica degli Slipknot, partite sicuramente da queste ultime.

Vermillion, Pt. 2: https://www.youtube.com/watch?v=LvetJ9U_tVY

Circle: https://www.youtube.com/watch?v=5T6vdak5Qoo

All Hope Is Gone (2008)

Nel 2008 è la volta di All Hope Is Gone, un album che, a guardarsi indietro, sapeva già di lutto e disperazione fin dal titolo scelto da Clown: due anni dopo il bassista del gruppo, Paul Gray, sarebbe stato trovato senza vita in una camera d’albergo di Des Moines (era il 24 maggio 2010 e lo ricordo come fosse ieri perché mi imbattei nella conferenza stampa che fecero senza indossare le maschere). Qui potete assistere all’ultima grande performance con la formazione classica al completo sul palco del Download Festival del 2009, uno dei miei live preferiti di sempre, complice anche il lavoro dietro le pelli del micidiale Joey Jordison, che di lì a qualche anno abbandonerà pure lui la band a causa di una diagnosi di leucemia (una volta guarito, si dedicherà alla vera passione, il death metal, con le sue creature, i Vimic prima, i Sinsaenum poi). Come vedete, sul palco fanno il cazzo che vogliono.

Slipknot Intro + Sic + Eyeless + Wait And Bleed (Live, Download Festival, 2009) 1080p HD

Vi lascio giusto un paio di canzoni perfette per quei momenti in cui ripensate a quella storia importante, ma che però poi è finita male:

Dead Memories: https://youtu.be/9gsAz6S_zSw

Snuff: https://www.youtube.com/watch?v=LXEKuttVRIo

.5 – The Gray Chapter (2014)

All Hope Is Gone poteva essere il canto del cigno degli Slipknot, e invece a ben sei anni di distanza (ma c’è da contare che il frontman Corey Taylor e il chitarrista Jim Root sono stati impegnati con il side-project Stone Sour, e militare in due formazioni mainstream dal successo internazionale non è cosa da tutti) arriva .5 – The Gray Chapter, questo sì è l’album del lutto, tutto nel disco trasmette dolore, tristezza e rabbia per la morte di un fratello, ma anche maggiore consapevolezza, domande sulla morte e prospettive di liberazione dai propri demòni interiori, cantata in The Devil in I (avrei messo l’intro XIX, ma ci sono le donne nude).

Perciò, step inside, and see the Devil in I: https://www.youtube.com/watch?v=XEEasR7hVhA We Are Not Your Kind (2019)

E veniamo all’ultima fatica, We Are Not Your Kind.
Come un amico mi ha fatto notare, a differenza degli album precedenti WANYK presenta canzoni fondamentalmente basate su un riffing pesante, di chiarissima matrice death metal, uniti però a

dei chorus sostanzialmente pop, orecchiabilissimi, il che può far pensare – a mio avviso non a torto – ad un’operazione commerciale, acchiappando così due piccioni con una fava: da un lato accontentare i nostalgici della brutalità di Iowa, e dall’altra imporre nuovamente la propria dominanza sulla scena metal mainstream e – perché no – guadagnarsi qualche nuovo fan, visto che quegli adolescenti incazzati dei primi anni duemila sono ormai trentenni come il sottoscritto. Arriva a distanza di vent’anni esatti dall’esordio ufficiale, l’album esce il 9 agosto scorso, preceduto – non si può negare che gli Slipknot non siano stati bravi a creare hype intorno al loro sesto full lenght – quasi un anno prima dal singolo All Out Of Life, pubblicato a sorpresa (come ‘na catapulta!) sul canale YouTube ufficiale della band la sera del 31 ottobre 2018, ma poi lasciato fuori dall’album. Gli altri singoli estratti dal mazzo sono Unsainted, che vede inaspettatamente la presenza di un coro di voci bianche nel ritornello (che si è subito fatto odiare da quelli di Metal Skunk), Birth of the Cruel (che ci sia un riferimento a Miles Davis?) e la mia preferita in assoluto, Solway Firth, nel cui video si alternano scene da uno dei loro ultimi concerti nel 2019 e altre tratte – a scopo promozionale – dalla serie di Amazon The Boys, tratta dall’omonimo fumetto di Garth Ennis. Vi lascio il link se volete andarvelo a vedere, ma ve lo sconsiglio se non siete abituati alla violenza:

Solway Firth: https://www.youtube.com/watch?v=V3ADK6gsDGg

Se non vi piace la violenza, ma vi piacciono i colori sgargianti e i ritornelli pop zuccherosi, allora potrebbe piacervi l’ultimo singolo estratto dall’album, che sembra un aroma di caffè, e invece no.

Nero Forte: https://www.youtube.com/watch?v=JGNqvH9ykfA

L’album vede un notevole lavoro di campionatura da parte di Craig Jones (leggendo in giro pare che non se ne sia accorto nessuno, ma l’intro Insert Coin vede un sampling di Animals dei Pink Floyd). Dal punto di vista della poetica, emerge chiaramente nei testi di Corey Taylor il racconto della sua depressione e di come ne sia uscito, infatti non è un caso che l’intero album si chiuda con il frontman che urla (nella già citata Solway Firth):

You want the real simile? I haven’t smiled in years

Giunti alla fine, aggiungo solo che gli Slipknot, oltre ad avermi segnato l’esistenza e il modo di vedere le cose, sono anche un ottimo entry level per chi volesse avvicinarsi alla musica più bella del mondo (ecco, lo sapevo, l’ho detto), magari ascoltando per primi i brani più accessibili che vi ho consigliato in questo articolo.

Invece per chi avesse già messo il naso in territorio metallico, ma che non ne ha seguito gli ultimi sviluppi, può essere una buona occasione per rinfrescarsi la memoria, o comunque capire cosa sia oggi diventato il metal. Tanto per dire, nel 2019 gli Slipknot hanno portato in giro per gli States il loro festival itinerante Knotfest in compagnia di altri due giganti del metal odierno, e tra i miei gruppi preferiti: i francesi Gojira e i polacchi Behemoth.

Ma di questo ne parleremo presto, in un altro articolo. Sì, è una minaccia.

Nicolò Sambo

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