Geopolitica dello spazio

“La vita umana è una commedia. Bisogna recitarla seriamente”

Alexandre Kojève

La geopolitica ci insegna che il mare è potenza. Più specificatamente il controllo del mare genera la potenza, tanto più capillare e solido è il controllo dei mari e degli oceani da parte di uno stato o di una nazione tanto più quest’ultimo avrà un’influenza globale e strategica. Per fare ciò è chiaramente necessaria una flotta numerosa e tecnologicamente avanzata, ma per raggiungere la vera tassalocrazia è necessario il controllo di alcuni punti strategici. La Cina al giorno d’oggi sta rapidamente raggiungendo gli Stati Uniti nei livelli quantitativi e qualitativi delle forze navali, tuttavia è deficitaria dal punto di vista della proiezione strategica nel mare, gli manca cioè il controllo dei punti strategici.

Fonte: Limes, rivista italiana di geopolitica

La mappa riportata mostra due elementi importanti: 1) la suddivisione di tutti i mari/oceani in zone di competenza delle varie flotte USA e 2) i così detti “colli di bottiglia”, cioè gli stretti come lo stretto di Panama, Gibilterra o Malacca, solo per citarne alcuni. Gli stretti sono proprio quei punti strategici di cui si parlava prima, sono cioè gli snodi fondamentali per il controllo dei mari. Gli Usa controllano, se non tutti, la maggior parte di questi “choke points” permettendogli di mantenere lo status di prima potenza globale, anzi potremmo dire di unica potenza globale in quanto la sua penetrazione strategica, nelle varie parti del mondo, non è pari a nessun altro. La Cina, che vorrebbe concorrere sullo stesso piano strategico degli USA, è ancora qualche decina di passi indietro. Il fronte interno frammentato e l’impossibilità di proiettare la sua potenza in mare (almeno fino a quando Taiwan si opporrà a essa) la rendono, nonostante le incredibili performance economiche, una potenza incompleta e non ancora globale.

La strategia dei choke points può essere applicata anche ad un altro campo, quello dell’outer space, cioè lo spazio esterno. La nuova corsa allo spazio entra così a pieno titolo nella prospettiva strategica delle potenze. Il rinnovato interesse per lo spazio da parte degli Stati Uniti è la risposta ai passi da gigante che la Cina sta facendo in questo settore. Non ingannatevi di fronte alle performance private di varie aziende statunitensi, esse non sono altro che la longa manus dell’impegno strategico USA. La conquista privata dello spazio da parte di un Elon Musk piuttosto che di un Jeff Bezos, rientra nella strategia USA del capitalismo spaziale. Volendo fare un paragone improprio, ma che ci permette di capire la portata della situazione sopracitata, potremmo dire che la SpaceX di Musk è nella stessa posizione della Compagnia delle Indie Orientali (in realtà è bene al di sotto delle potenzialità che aveva la VOC). Il suo scopo è quello di servire alla potenza per espandere la sua influenza, ma sarebbe illusorio credere che essa ne sia in qualche modo indipendente. 

Tuttavia nello spazio esterno non ci sono stretti, insenature, penisole, quindi da cosa sono costituti i chock points spaziali? 

L’immagine qui riportata del sistema terra-luna mostra alcuni punti chiamati punti di Lagrange (L1, L2 etc), cioè delle zone di equilibrio gravitazionale. In questi punti l’attrazione gravitazionale del sistema terra-luna è stabile, per farla semplice un qualsiasi oggetto in questa posizione non rischia di cadere sulla terra o sulla luna o di essere sparato nel vuoto siderale. Si tratta quindi di zone gravitazionali perfette per il posizionamento di satelliti per le comunicazioni, oltre ad essere fondamentali zone di passaggio per possibili vettori che sfruttano le fionde gravitazionali. I punti di Lagrange sono quindi gli “stretti” dello spazio e concorrono a formarne una geopolitica.

La competizione per lo spazio è già cominciata: la Cina nel 2018 ha fatto la prima mossa portando il satellite Queqiao nella posizione strategica di Lagrange 2  al fine di coprire il vuoto comunicativo con la faccia nascosta della luna. Grazie a questo satellite, un anno dopo, il rover cinese Yutu 2 della missione Chang’e 4 esplorava per la prima volta questa zona della luna, mettendo così le fondamenta per la costruzione della prima base lunare cinese. 

Il passaggio da potenza terrestre a potenza marittima è una delle imprese più difficili per una nazione, perchè implica un cambiamento di mentalità, occorrono secoli affinchè questo avvenga, affinchè il popolo non abbia più paura del mare e lo accetti. La Gran Bretagna non è diventata una potenza globale navale in qualche giorno. Anzi potremmo ben dire che gli anglosassoni medioevali che abitavano l’arcipelago britannico avevano una terribile paura del mare, da esso provenivano infatti i draken danesi e vichinghi che razziavano e massacravano la popolazione costiera, solo un tempo secolare poteva rimarginare questa ferita. Se non il tempo, serve quantomeno un immenso sforzo unitario e al prezzo di notevoli sacrifici come fece il Giappone all’alba della Seconda Guerra Mondiale, o come provò a fare Pietro il Grande trasferendo la capitale dell’Impero Russo da Mosca a San Pietroburgo (per l’appunto città che si affaccia sul mare), senza per altro riuscire nel suo intento, o ancora, come tentò di fare Napoleone trasferendo la sua potenza militare terrestre in mare, creando si una grande flotta, ma senza aver acquisito la mentalità per affrontare il mare. Lasciando però da parte la storia, se il mare ha richiesto così grandi sacrifici alle potenze cosa potrà mai richiedere lo spazio in cambio se non altrettante privazioni e impegno? Sebbene il prezzo da pagare sia altissimo il bottino è talmente ricco da spingere le potenze a giocarsi molto se non tutto il loro asset strategico, alla fine l’obiettivo non è nulla di meno che l’egemonia spaziale. Lo sforzo per passare da potenza globale a spaziale è ingente e come per il mare non è puramente economico, ma è soprattutto mentale e pedagogico. Lo dimostra la risposta degli Stati Uniti alla minaccia sino-russa della nuova base spaziale geo-stazionaria che stanno approntando o alla missione cinese sul lato nascosto della luna, una risposta che ha alzato l’asticella della competizione. “Prendetevi pure la luna, noi stiamo già pensando a Marte” sembra dire la propaganda USA.

Fabio Darici

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