L’errore di Dostoevskij

“Noi non siamo con Te, ma con lui, ecco il nostro segreto! […] Noi accettammo da lui Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re, sebbene non abbiamo ancora avuto il tempo di compiere interamente la nostra opera”
La leggenda del Grande Inquisitore in I fratelli Karamazov di F. Dostoevsky

Quando mi trovavo in Palestina decidemmo, io e un mio amico, di vistare uno dei tanti monasteri ortodossi sperduti nei territori desertici che circondano Gerusalemme. Si trattava del monastero di Mar Saba (cioè di San Saba, in siriaco Mar significa San), un antico complesso monastico risalente al quinto secolo dopo Cristo, incastonato tra le assolate rocce del Wadi Kidron. Entrando dal piccolo ingresso in pietra ci si lasciava alle spalle il piazzale lastricato antistante le mura del monastero e, al di fuori di esse, una torre posta come a guardia dello stesso. In realtà non era altro che la cosiddetta Torre delle Donne, alle donne infatti era concesso fermarsi qui mentre era vietato, e lo è ancora oggi, il loro ingresso nel monastero vero e proprio, fatto quest’ultimo tutt’altro che inusuale per la tradizione ortodossa.

Ad accoglierci alcuni monaci ortodossi nel loro tipico aspetto: la tunica nera, il kufos in testa e lunga barba incolta. L’interno del monastero era una sorta di labirinto, ideato per essere come un piccolo villaggio autonomo e perlopiù autosufficiente. La chiesa, come ogni chiesa ortodossa, è un salto nel passato: le icone e i dipinti erano esaltati e trasfigurati dai riflessi dorati delle decorazioni su cui si adagiava la luce fioca, che da alcune finestrelle poste in alto, illuminava la navata infiltrandosi attraverso le fumigazioni delle candele e degli incensieri, onnipresenti nei luoghi di culto ortodossi.

Il feroce contrasto tra la penombra sepolcrale della chiesa e l’assolato cortile antistante la stessa rendeva, almeno inizialmente, incomprensibili le parole che il monaco ci stava rivolgendo. Ben presto però realizzammo che, il suo, era un tentativo, nemmeno troppo velato, di fare proseliti della confessione ortodossa. La sua tesi verteva sul fatto che la chiesa doveva essere specchio della prima comunità dei discepoli di Cristo dopo la sua morte e resurrezione, guidata, quindi, in modo ecumenico da coloro che erano i seguaci più stretti di Cristo cioè gli apostoli (i vescovi, i metropoliti e patriarchi oggi). Alla nostra obiezione sul Primatus Petri, il monaco rispondeva che il Papa poteva avere si un ruolo più preminente, ma non poteva essere considerato il vicario di Cristo e non poteva dirsi al di sopra di un Concilio Ecumenico o a capo di esso.

Lo scambio di battute non si protrasse molto oltre, ma questo piccolo episodio ci permette di introdurre il tema principale di questo articolo. 

La Chiesa Ortodossa ha sempre mantenuto una sorta di superiorità morale sulla Chiesa Cattolica, circoscrivendo il suo mandato al potere spirituale e lasciando quello temporale allo stato. Per dirla con le parole del principe Mynisk, protagonista del romanzo L’idiota di Dostoevsky, “Il cattolicesimo romano non è nemmeno una religione, ma è la continuazione dell’Impero Romano, e tutto in esso è sottoposto a questa idea, cominciando dalla fede. Il Papa vi ha conquistato il trono terrestre ed ha alzato la spada. Da quei tempi, ogni cosa prosegue in tal modo, solo che alle spade hanno aggiunto la menzogna, la furberia, l’infingimento, il fanatismo, la superstizione, la scelleratezza, trastullandosi coi piú sacri, piú sinceri, piú ardenti sentimenti, i migliori sentimenti del popolo. Ogni cosa è stata venduta da Roma per denaro, per il vile potere temporale.” L’accusa di Dostoevsky è chiara: la Chiesa di Roma si è lasciata persuadere dalla contingenza del potere terreno e ne è stata avviluppata dalla sua viscosità. Come dargli torto, d’altronde sono gli stessi presupposti che portarono alla scisma protestante.

D’altra parte, invece, la Chiesa Ortodossa, vissuta per secoli sotto l’Impero Bizantino, non ha mai avuto la necessità di riscoprirsi potenza territoriale. La caduta poi di Costantinopoli non ha cambiato la partita: le Chiese Ortodosse si sono adattate ai vari regni e stati in cui si erano diffuse. La loro natura autocefala ha reso il tutto meno traumatico e le Chiese Ortodosse sono diventate a tutti gli effetti chiese di stato. Non si saranno implicate direttamente con il potere temporale, ma hanno dovuto, nelle varie situazioni in cui si trovavano, stringere una serie di accordi con i vari regni e stati nei quali si trovavano. La Chiesa Romana ha anch’essa sottoscritto accordi e convenzioni con vari stati, ma sempre partendo da una posizione alla pari o quasi, in quanto, il suo potere si basava non solo sul popolo di fedeli, ma anche su un’autorità temporale. Questo in altri termini ha conferito alla Chiesa Cattolica una particolare autonomia nei confronti delle potenze locali e territoriali. Autonomia che la Chiesa Ortodossa non può permettersi, pena la sua scomparsa.

Interessante quindi constatare che sebbene l’accusa di Dostoevsky sia tutt’altro che infondata, anzi addirittura condivisibile, essa tuttavia manca di prospettiva.

La chiesa in quanto istituzione religiosa dovrebbe rimanere indipendente dalle influenze delle potenze del mondo, ma può farlo in modo efficace solo detenendo anch’essa parte di quel potere temporale che Dostoevsky tanto biasima. Naturalmente ciò la può condurre verso il rischio di essere corrotta da quello stesso potere, ma al contempo privarsene condurrebbe lei, e la religione che rappresenta, a essere uno strumento in mano ad altri poteri temporali. Quello che accade oggi alla chiesa ortodossa di Russia ne è un esempio lampante: in quanto chiesa di stato, essa non può che sottostare al dictat del Cremlino fornendo l’appoggio spirituale che il novello Zar ha bisogno per perpetrare le sue scellerate azioni di guerra.

Fabio Darici

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