Cigno Nero

Qui di seguito non leggerete il solito articolo, bensì un breve racconto distopico. Buona lettura!

 

“La guerra è obsoleta, le carestie stanno scomparendo, la morte è solo un problema tecnico. Cosa ci riserverà il futuro?”

Homo Deus, Y. N. Harari

 

Utnapishtim. Così si fanno chiamare gli immortali. Nel mito di Giglamesh, Utnapishtim era l’unico uomo che conosceva il segreto dell’immortalità, l’unico uomo che era riuscito a divenire immortale. Oggi gli immortali sono qualche centinaia e vivono tutti nell’inaccessibile città di Eridu a 88° latitudine Nord e 88° longitudine Est nel bel mezzo dell’Oceano Artico a circa 300 Km a Est-Nord-Est delle isole Svalbard. Dalla loro città di cristallo dominano su un mondo che ormai li considera al pari di divinità. Certo, sarebbe più corretto dire a-mortali piuttosto che immortali, in effetti il TRC (trattamento di rinnovo cellulare) consente di vivere potenzialmente in eterno, ma è ancora possibile beccarsi un colpo ben assestato di pistola Gauss e dire addio a questo mondo. Proprio per questo motivo gli Ut (così ormai tutti chiamavano gli Utnapishtim) hanno deciso di vivere da soli in una città, dove, condividendo lo stesso benefit, riducono il rischio accidentale.

 

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Eridu, la città di cristallo

 

All’inizio del ventunesimo secolo l’uomo aveva due sfide da affrontare: la ricerca dell’immortalità e quella della felicità. In realtà l’umanità ha fin dai suoi albori ricercato queste due cose, trovandole o meglio procrastinando il loro ritrovamento nell’Aldilà. Le religioni rispondevano a questo bisogno dell’uomo incanalando il suo desiderio nell’attesa di un mondo migliore, ma oggi anche l’ultimo bastione delle religioni è caduto: l’uomo può essere immortale, e poco importa se lo sono solo quei pochi che possono permetterselo. Oggi la scienza pone sui palmi dell’umanità quel mondo migliore tanto agognato. D’altra parte la biologia e la chimica avevano già da tempo archiviato l’altra sfida dell’uomo, quella della felicità. Le scoperte in campo biochimico e neurologico avevano infatti permesso di comprendere come un particolare cocktail di dopamina, endorfina e di altre sostanze neurotrasmettitori producessero uno stato di benessere che liberava da preoccupazioni e paure. L’Amṛta, questo era il nome che diedero alla sostanza, sembra essere la soluzione a tutte le insoddisfazioni dell’uomo perché produce un appagamento pieno e non presenta nessun malus: non c’è perdita di emozioni o di autocoscienza. L’utilizzo dell’Amṛta ha avuto benefici non solo psicologici ma anche sociali e politici. Non appena capite le potenzialità di questa sostanza, i governi e le élite politiche realizzarono che era vantaggiosa renderla disponibile a tutti: ricchi, poveri, vecchi e bambini. Una società felice è più produttiva, più collaborativa e più controllabile. L’invidia, che produce ogni sorta di contrasto tra gli individui e tra i popoli, non esisteva più; non c’era motivo infatti che A fosse invidioso di B in quanto quest’ultimo aveva una casa più grande e bella perché entrambi potevano raggiungere lo stesso livello di felicità grazie all’Amṛta. Questo punto è decisivo perché si è sempre supposto che la felicità raggiungibile dall’uomo non potesse essere definita, in altre parole l’uomo ha sempre creduto che non ci fosse un livello limite di felicità acquisibile. Secondo i più recenti studi invece si è venuti a conoscenza che una persona è felice in modo totalmente diverso da un’altra, cioè non solo una certa cosa può rendere felice una persona e un’altra no, ma anche che una data persona può sperimentare un livello di felicità costantemente superiore ad un’altra persona. In effetti gli scienziati sono giunti ad erigere una scala di livelli di felicità da 1 a 10, a seconda del pompaggio di dopamina e endorfina da parte dell’ipotalamo e dell’ipofisi. Potremmo così trovare una persona (A) che ha sperimentato la sua massima felicità in un livello 6, rimanendo ad un livello di 2 o 3 per la maggior parte della sua vita, mentre un’altra persona (B) si trova costantemente ad un livello di felicità di 5-6 e raggiunge dei picchi di 8. Capite benissimo che A e B crederanno di essere veramente felici solo quando raggiungeranno i loro specifici gradi di massima felicità sperimentata (6 per A, 8 per B). Una volta compreso ciò gli scienziati hanno dovuto solamente capire la giusta dose di sostanze per far raggiungere a chiunque la felicità 10. La felicità 10 è l’Amṛta. 

Lentamente quindi l’idea principe dell’uomo moderno, l’idea liberale che si era faticosamente imposta nel corso del ventesimo secolo battendo il nazionalsocialismo e il comunismo, l’idea secondo cui la libertà dell’individuo porta alla felicità dello stesso era stata abbattuta somministrando un farmaco: il binomio libertà-felicità era stato efficacemente soggiogato da quello Amṛta-felicità. Ma badate bene, non c’è nessuna imposizione da parte del governo centrale o da parte di una qualche élite occulta sulla somministrazione dell’Amṛta. Ognuno è libero di farne uso o non, ma chi mai vorrebbe non essere felice quando tutti gli altri lo sono? All’inizio molti detrattori dell’Amṛta accusavano i creatori della sostanza di indurre una felicità posticcia, ma vi posso assicurare che la sensazione di felicità è tutt’altro che artificiale, è esattamente quello che si prova in un momento di piena felicità non indotta (anzi di più perché nessuno ha mai sperimentato una felicità livello 10) e per di più è una sensazione continua: è come bere costantemente un bicchiere di acqua fresca dopo una lunga camminata in montagna senza perdere il desiderio di bere. Come si fa a rifiutare una sostanza così miracolosa? Le conseguenze sociali, politiche e economiche sono state enormi, non c’è nulla di paragonabile con ciò che ci ha preceduto nella storia. Tutte le rivoluzioni attuate dall’uomo nel corso dei secoli sembrano polvere di fronte alla rivoluzione dell’Amṛta. Nel giro di pochi anni dalla somministrazione totale, tutte le nazioni si erano unite in una fratellanza di nazioni chiamata Unione Fraterna delle Nazioni (UFN); l’economia aveva fatto un balzo in avanti spaventoso: senza più l’imposizione di dazi, grazie all’abbattimento delle frontiere e con una produttività aumentata dell’80% solamente per il fatto che la gente non si lamentava più dei salari troppo bassi o delle troppe ore di lavoro, i tassi di crescita sono stati a dir poco sbalorditivi; infine la diseguaglianza sociale stava gradualmente diminuendo: l’Amṛta, distribuita gratuitamente, rendeva il povero e il ricco felici allo stesso modo, la ricchezza posseduta perdeva così ogni rilevanza e ogni potere. La vera rivoluzione è stata, in verità, la lungimiranza delle classi dirigenti che si sono fatte carico della produzione e della distribuzione su scala globale dell’Amṛta. Il costo, dalla progettazione biochimica della sostanza fino alla distribuzione casa per casa, era stato tutto coperto da poche centinaia di ricchissimi filantropi. Il loro tornaconto era duplice: da una parte guadagnavano in popolarità, dall’altro ottenevano enormi proventi da un’economia rivitalizzata proprio dall’Amṛta. 

 

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Breve cronistoria dei principali eventi

 

E così quando i capitali investiti nella produzione dell’Amṛta ritornarono raddoppiati se non triplicati nelle mani di queste poche persone, esse ritennero necessario sfidare Dio dove ancora faceva paura: nel suo regno, nell’Aldilà. Più che ragionevole se ci pensate: ora che la felicità era raggiunta bisognava renderla non solo costante ma anche eterna. Così in meno di quarant’anni dalla rivoluzione dell’Amṛta questo gruppo di filantropi grazie al TRC divennero gli Ut, gli immortali che vivono a Eridu.

***

Il vento gelido e tagliente della Siberia faceva lacrimare, vedevo a malapena Malek al mio fianco. Lui abbozzò un sorriso per dissimulare tutta la paura e l’insicurezza che provava in quel momento. Malek non prendeva più l’Amṛta da quasi tre mesi, da quando si era imbattuto nella brigata del Cigno Nero (per caso dice lui, personalmente credo ci abbia cercato; in effetti la nostra organizzazione è abbastanza famosa per una serie di…, beh diciamo insuccessi. I piani per distruggere approvvigionamenti e linee di produzione dell’Amṛta in realtà sono ben congegnati e hanno quasi sempre successo, ma non abbiamo l’appoggio della gente. Voglio dire, chi mai sosterrebbe degli apologeti del dolore?). La prima volta che ho visto Malek è stato circa due mesi fa, quando il nostro comandate parlò ai nuovi arrivati: “<<Venisti da me per conoscere i piaceri della vita e i piaceri dell’arte. Forse io sono destinato a insegnarti una cosa assai più splendida: il significato del dolore, la sua bellezza>>”. Iniziava sempre con questa citazione dal De Profundis di Wilde, e poi continuava: “Dobbiamo accettare ed affrontare la vita, anche nei suoi rischi e nelle sue privazioni; non dobbiamo allontanare da noi le nostre fragilità e ferite perché esse ci permettono di vivere davvero. Se eludiamo preoccupazioni, paure e dolori viviamo solo per la metà di quello per cui siamo stati creati. Solo abbandonando l’Amṛta conosceremo veramente e interamente noi stessi”, e poi ancora parafrasando Wilde: “<<Se il mondo è stato costruito sul dolore, le mani dell’amore ne sono state l’artefice: l’anima dell’uomo per cui il mondo è stato creato non può raggiungere le vette della sua perfezione se non attraverso il dolore!>>. Se non sapete cos’è il dolore, come potete gustare la gioia?!”. Enlil, il nostro comandante, era molto più bravo a parlare e a convincere le persone che a combattere, pertanto il ruolo di leader nelle azioni di sabotaggio veniva solertemente affidata a me. 

“Perché il cigno nero?” mi chiese Malek guardandomi attraverso la pelliccia della sua giacca, “Perché ci facciamo chiamare il Cigno Nero? Non credo sia soltanto perché abbiamo decorato un cigno nero sulle uniformi, se possiamo chiamarle tali”. “No, certo che no. Mph…” dovetti deglutire prima di continuare, il freddo e il vento secco rendevano difficile e doloroso parlare. “Beh a quanto pare sembra che fino a quando gli europei non scoprirono l’Australia, essi ritenevano, o meglio erano certi, che tutti i cigni fossero bianchi perché non né avevano mai visti di altri colori. Quando però giunsero in Australia scoprirono l’esistenza dei cigni neri. Il Cigno Nero è il simbolo dell’imponderabilità, è qualcosa che non puoi prevedere, qualcosa di assolutamente al di fuori della mentalità comune, qualcosa come un gruppo di persone che non accettano una vita senza il dolore. Questo è il significato del nostro nome.” Mi fermai un attimo, distolsi lo sguardo da Malek e guardai dritto di fronte me innalzarsi le babiloniche guglie di cristallo. La piccola fregata fendeva le onde ghiacciate del mare e il respiro di una cinquantina di uomini e donne dietro di me si liberava nell’aria gelida in attesa di un mio comando. Il folle comando di attaccare una città di immortali, e questa volta non c’era nessun piano ben congegnato, nessuna opzione di esfiltrazione. All in, è la nostra scommessa totale: colpire lì dove fa più male, per penetrare e distruggere l’aura semidivina che avevano creato gli Ut, per squarciare il velo di fronte agli occhi incendiati di gioia e felicità degli uomini di quest’epoca.

Fabio Darici

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