Alle fondamenta della Terra di Mezzo #1 – Beren e Lùthien

Una storia d’amore tra un vagabondo con antenati famosi e una principessa elfica immortale. Boschi incantati e impervie montagne. Cani parlanti che combattono contro gatti parlanti. Lupi infernali e cacce regali. E alla fine sono tutti felici e contenti, tranne i cattivi. Potrebbe essere il perfetto riassunto di una fiaba qualsiasi, o di una sceneggiatura della Disney. Invece ho solo semplificato la trama del Racconto di Beren e Lùthien, scritto da J.R.R. Tolkien dagli anni ’20 del novecento fino alla sua morte, nel 1973. Questo racconto sarebbe, a detta di Cristopher Tolkien, il mito fondante dell’universo tolkieniano, insieme ai racconti della Caduta di Gondolin e dei Figli di Hùrin. Come può l’epopea eroica dello Hobbit e del Signore degli Anelli poggiarsi su questa apparente fiaba? Può eccome.

Beren, figlio di Barahir, si trova un giorno a vagare nei boschi del Doriath, grande regno elfico del Beleriand centro-settentrionale.  È un esperto guerriero e cacciatore, di nobile ma decaduta stirpe. Qui incontra Lùthien, la figlia di Thingol, re del Doriath. È una fanciulla elfica, e dunque immortale, di rara bellezza e grazia. Nonostante il reciproco timore iniziale, si conoscono, pur mantenendo le distanze. Allora Beren, impavido, si presenta davanti al re, nella sua reggia di Menegroth, e chiede nientemeno che la mano di Lùthien. Questo porterebbe alla rinuncia di Lùthien rispetto alla sua immortalità (già qui si rivede la storia di Arwen e Aragorn, ben illustrata anche dal film di Peter Jackson). Thingol e la sua corte accolgono la proposta di Beren con risate e scherno, e di fronte alla sua risolutezza, Thingol lo sfida. Se Beren riuscirà a portare al re un Silmaril dalla corona di ferro di Morgoth, Lùthien sarà sua. E qui sono necessarie spiegazioni. Morgoth è il male personificato, il Lucifero del mondo di Tolkien, e vive con i suoi orchi e le forze del male in una fortezza dell’estremo Nord, scavata sottoterra, di nome Angband. Qui cinge la sua corona di ferro con i tre più bei gioielli che l’arte elfica abbia mai prodotto nella storia, i Silmaril. La richiesta di Thingol appare dunque una presa in giro, è impossibile riuscire a fare questo. Ma Beren accetta la sfida, stupisce tutti e parte verso nord, da solo. Lùthien aggredisce il padre per aver mandato a morte il suo amato, e annuncia di volerlo aiutare. Ma Beren è già nei guai. Infatti è incappato nella Reggia di Tevildo, re dei Gatti, situata agli avamposti di Angband. I Gatti in questione non sono i nostri simpatici amici domestici, ma una razza molto più grande, forte e intelligente, ma soprattutto malvagia. Beren, dopo essere stato catturato, con le sue lusinghe convince Morgoth a fare di lui uno schiavo e a non ucciderlo. Affidato a Tevildo, inizia una vita tremenda di vessazioni e soprusi, nelle cucine del re dei Gatti. Ma Lùthien non è lontana. Infatti, trovato l’aiuto di Huan, il capo dei Cani, ha escogitato un modo per liberare Beren e liberare il mondo dai Gatti di Tevildo. Organizzata l’imboscata, Lùthien coraggiosamente attira Tevildo nella trappola di Huan, che può così sconfiggerlo e rimuovere il potere dei Gatti, che diventeranno via via sempre più quelli che conosciamo noi. Huan accompagna poi Luthien e Beren (travestito da Gatto) alle porte di Angband. Qui Beren supera la guardia di Charcaras, il Lupo di Morgoth, che viene addormentato dai suoi incantesimi. Scesi nelle profondità della reggia del male, Lùthien fronteggia e sconfigge Morgoth, che cade addormentato dal suo alto trono. Beren strappa un Silmaril dalla corona ed escono correndo. Ma Charcaras è già sveglio e Lùthien troppo debole. Beren affronta a mani nude il lupo, impugnando il Silmaril nella mano destra. Il Lupo stacca di netto fino al gomito il braccio destro di Beren, inghiottendo dunque il Silmaril, che inizia a bruciare con la sua bianca luce il corpo del lupo. Il lupo scappa impazzito verso sud, e arriva Huan che salva Lùthien e Beren, riportandoli verso il Doriath. Arrivati qui, alla domanda imperiosa di Thingol, Beren risponde:”è proprio qui nella mia mano destra” e mostra il braccio monco. Thingol non può che cedere a tanto coraggio e nobiltà, abbraccia Beren come un figlio e si scopre che il lupo impazzito si aggira proprio nel Doriath, seminando il panico tra gli Elfi. Thingol e Beren, vanno alla caccia. Trovano e uccidono il lupo, che però ferisce a morte Beren. Dalla pancia del lupo viene estratto il Silmaril, che Beren consegna con le ultime forze a Thingol. Lùthien in lacrime abbraccia il suo amato, che sta morendo. Il re e tutti gli elfi sono commossi, ma ciò non salva Beren che muore. Lùthien non può sopportare il dolore, e decide di andare nella terra degli dei, Aman, da Mandos, il dio (Ainu nel mondo di Tolkien) della morte, che accoglie nel suo palazzo tutte le anime dei defunti. Le preghiere di Lùthien e il pegno della sua immortalità convincono Mandos a permettere il ritorno di entrambi nel Beleriand. I due vivono una vita felice e serena nell’Ossiriand, nel sud-est del Beleriand.

Tolkien volle che sulla sua lapide e su quella di sua moglie Edith, fossero incisi rispettivamente i nomi di Beren e Lùthien. Perchè tanta importanza data a questa storia? Perchè è un mito fondante nel grande universo eroico-mitico di Arda? Perchè questo racconto è una base per le storie più note sulla Terra di Mezzo.

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A dispetto del finale, questo è un racconto tragico. Lo si legge con il cuore in gola, ad ogni passaggio, ad ogni personaggio nuovo, capitolo dopo capitolo, la tensione cresce magistralmente. Il climax culmina ed esplode con la morte di Beren. Se Tolkien fosse un drammaturgo greco o un poeta storico-cavalleresco, chiuderebbe qui il suo racconto. Ma per il Tolkien cristiano questo non basta. Non ci si può fermare alla morte. Eppure Tolkien insiste sul parlare non di “lieto fine” come potrebbe sembrare (“vissero tutti felici e contenti”), ma di eucatastrofe, concetto chiave nel suo universo. Con eucatastrofe Tolkien intende dire che la storia si chiude con un improvviso e risolutivo capovolgimento positivo. Questa è la speranza incrollabile del Tolkien cristiano, che emerge e si impone sullo stile epico-tragico. Non può finire così. A Tolkien non interessano le storie tragiche, interessano le tragedie che portano a qualcosa di più, alla felicità. Emblematica è la fine del Signore degli Anelli. Quando tutto sembra finire, ecco il fatto eucatastrofico, la decisione di Frodo di alzarsi e correre, la decisione di Lùthien di andare da Mandos. Per i protagonisti di Tolkien l’unico imperativo è non arrendersi al Male. Bisogna combattere, Lùthien non si arrende mai, Beren,  Gandalf, Frodo, Sam, Aragorn, Bilbo, non si arrendono. Anche di fronte alle difficoltà più grandi, il cuore cristiano di Tolkien esige una possibilità positiva, un possibile disegno che dia speranza dove sembra impossibile trovarne. Questo è chiarissimo nel racconto di Beren e Lùthien, in cui al centro è posto l’amore tra i due protagonisti, travagliato, ostacolato, complicato ma sempre presente, sempre determinante. L’amore porta Beren ad affrontare Charcaras, porta Lùthien ad affrontare Mandos. Questa forza irrazionale per i due amanti è l’unica cosa razionale che ci sia. Il primo dei tre miti fondanti nell’universo tolkieniano mette al centro l’amore, filo conduttore all’interno di tutti i racconti successivi.

Tolkien-Edith

Giovanni Gomiero

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