Omphalos: la ricerca del centro

 

“Quanti ricordi, quante immagini, quanta passione e che gran mistero avvolge la parola Gerusalemme! Per noi cristiani rappresenta il punto geografico dell’unione fra Dio e gli uomini, fra l’eternità e la storia”

             Giovanni Paolo II

 

Il pellegrinaggio ha sempre avuto, tra le sue condizioni, il concetto di luogo sacro, ossia il luogo dove più di altri si manifesta il divino. L’idea della presenza divina in un determinato luogo è presente in molte religioni (le tre grandi religioni monoteistiche), ma assente in quelle in cui la sacralità è concepita come insita nella natura (come la religione vedica o mazdea). 

La città di Gerusalemme assurge al ruolo di meta per i pellegrini cristiani, e non solo, già in età costantiniana non appena vennero creati i presupposti esteriori, cioè basiliche, caravanserragli e locande, per l’accoglienza dei pellegrini. Il più antico racconto di viaggio pervenuto fino a noi è il celebre Itinerario Burdingalense risalente all’anno 333. L’itinerario è suddiviso in sei tappe da Burdingala (l’odierna Bourdeux) fino a Gerusalemme, passando per l’Italia e la Turchia. Ogni tappa è composta da varie sotto-tappe corredate da numero di miglia per raggiungerle e qualche breve nota (eg. Aser [Teyasir], dove c’era la casa di Giobbe – miglia VI), alla fine della tappa c’è sempre un commento con passi tratti dalla Bibbia.

Solitamente i pellegrini portavano con sé delle ampolle o borracce che venivano riempite di olio presso i vari santuari e in particolare al Santo Sepolcro. L’olio veniva ricavato dalle lucerne che bruciavano presso l’Anastasis (il luogo della Resurrezione), oppure poteva essere messo a contatto con reliquie della croce o ancora sgorgare direttamente da una di esse. 

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L’ampolla più completa è conservata a Monaco di Baviera, i due lati sono decorati con immagini della crocifissione e dell’arrivo delle donne alla tomba vuota di Cristo dove ad attenderle c’è l’angelo. Da una parte l’iscrizione recita “Olio dal legno della Vita della Città Santa di Cristo” dall’altra invece è impressa la frase “Eulogia del Signore della Città Santa”. L’olio contenuto nelle ampolle aveva un potere magico-curativo. Dico magico e non sacro perché probabilmente all’epoca l’influenza pagana era tutt’altro che scomparsa e l’idea che un unguento o un oggetto, una volta entrato a contatto con qualcosa di sacro o soprannaturale avesse a sua volta ottenuto proprietà specifiche rientra esattamente nell’idea di magia simpatica che descrive Fraezer ne “Il Ramo d’Oro”. Tale tipo di magia si regge sulla fondamentale legge della similarità in base alla quale il simile genera il simile. 

Questo affondo alle pratiche religiose dell’epoca ci permette di affrontare il tema del pellegrinaggio sotto un altro punto di vista. In effetti visitare un luogo che era connesso alla vita terrena di Gesù è in contraddizione con i propositi stessi del cristianesimo. Nel Vangelo di Giovanni (IV, 19-24) si narra, nell’episodio della samaritana che va a prendere l’acqua presso il pozzo di Giacobbe, che alla domanda da parte della donna su dove si dovesse adorare il Signore, sul monte Garizim o a Gerusalemme, Gesù rispose: “Credimi viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre”, e poco più avanti: “ma viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”. Questo contraddice l’idea che nei luoghi dove Cristo e i santi sono vissuti si possano esperire con maggiore intensità le loro virtù, forza miracolosa o intercessione. Le critiche nei confronti dei pellegrinaggi non mancarono, gli stessi Padri della Chiesa presero posizione a riguardo (Giovanni Crisostomo in Homilia ad populum Antiochenum, Gregorio di Nissa nel Epistula II, e Girolamo stesso, che era andato a vivere a Betlemme, nella Epistula LVIII). Sant’Agostino scrive: “Colui che ti ascolta, non è fuori di te. Non andare lontano, non levarti in alto, come se tu dovessi raggiungerlo con le mani” (Tractatus in Joh. X 1). Nonostante queste critiche i pellegrinaggi diventarono sempre più frequenti e lo stesso Sant’Agostino dovette in parte cercare un compromesso con la realtà dei fatti: “Iddio è certo dappertutto e non può essere limitato o circoscritto in nessun luogo il creatore di ogni cosa, che dai suoi veri adoratori deve essere adorato in ispirito e verità perché, come esaudisce nel segreto, così pure nel segreto giustifichi e dia ricompensa; riguardo però alle manifestazioni di Dio che possono essere viste e conosciute dagli uomini, chi mai può scrutare i suoi disegni per cui certi prodigi avvengono in certi luoghi e non in altri?” (Epistula LXXVIII 3). Se dunque da una parte i teologi e i dottori della Chiesa volevano allontanare dai credenti l’idea antica, che riecheggiava il paganesimo, dello “spazio sacro”, dall’altra l’uomo semplice, l’uomo del popolo, sentiva la necessità di quello che Eliade chiama il “simbolismo del Centro”. Questo particolare simbolismo si fonda sul concetto di axis mundi (asse del mondo), cioè il punto archetipo di intersezione tra sacro e profano, e può declinarsi in varie forme: un Sepolcro per i cristiani, il Monte del Tempio per gli ebrei, la Mecca per i musulmani, l’Ararat per gli Armeni. Ogni tempio, chiesa o santuario è poi la trasposizione di questo spazio sacro, che riproduce la sacralità originale rendendola accessibile a tutti, ma anticamente la riproduzione dell’axis mundi è considerata impossibile e la sua distruzione porta alla fine del mondo. Esemplare sotto questo aspetto è la vicenda descritta da B. Spencer e riportata da M. Eliade ne Il sacro e il profano riguardo la tribù australiana degli Achilpa, secondo le cui tradizioni da un palo di acacia, la divinità Numbakula foggiò un palo sacro e ascese al cielo. Ora questo palo divenne simbolo dell’asse del mondo, se il palo sacro si spezza gli Achilpa si disperano, per loro in effetti è la “fine del mondo”. Spencer racconta che, finché si trovava tra loro, il palo si spezzò e in seguito a ciò i membri della tribù vagarono per qualche tempo senza meta e alla fine si sedettero per terra e si lasciarono morire. Il pellegrinaggio ai Luoghi Santi, le complicate circonvoluzioni di certi templi, come quello di Barabudur, le prove iniziatiche o eroiche antiche, le stesse tribolazioni dell’asceta che ricerca se stesso, sono tutti ardui “itinerari” che conducono al “centro”.

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La strada è ardua, sparsa di pericoli, perché in realtà si tratta di un rito di passaggio dal profano al sacro, dall’effimero e illusorio alla realtà e all’eternità, dalla morte alla vita e dall’uomo alla divinità. L’accesso al “centro” equivale a una consacrazione, a un’iniziazione; all’esistenza di ieri, profana e illusoria, succede una nuova vita, reale, duratura ed efficace. Il pellegrinaggio ai Luoghi Santi è difficile, ma qualsiasi visita a una chiesa è un pellegrinaggio. L’albero cosmico Yggdrasill, l’albero rovesciato dei Veda, l’albero di Xibalba dei Maya, si direbbero inaccessibili, ma è perfettamente lecito inserire nella prima yurta, capanna, casa che capita un albero equivalente all’albero cosmico. L’itinerario che porta al “centro” è pieno di ostacoli, eppure ogni città, ogni tempio, ogni abitazione sta al centro dell’Universo. Penetrare in un labirinto e tornarne, come ci insegnano i classici, è questo il rito iniziatico per eccellenza, nondimeno qualsiasi esistenza, perfino la meno agiata, può assimilarsi al cammino entro un labirinto. Le sofferenze e le “prove” attraversate da Ulisse sono favolose, eppure qualsiasi ritorno al focolare “vale” il ritorno di Ulisse a Itaca. 

Fabio Darici

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